22 novembre 2020 - Como, Cattedrale

Domenica di Cristo Re

Attraverso questa celebrazione eucaristica, oltre che incontrare in presenza i fratelli e le sorelle in questa nostra Chiesa madre, mi è data di nuovo l’opportunità di entrare discretamente, ma anche felicemente, nelle case di tutti voi, che ci seguite attraverso la televisione o via streaming.
Vi esprimo, innanzitutto, la mia gioia per questo nostro incontro.

Mi sento inviato nel nome del Signore perché nessuno si senta estraneo al suo cuore di padre. Egli si è presentato, nella prima lettura, come Colui che continuamente viene a cercarci, fascia le nostre ferite, cura le pecore malate, insomma manifesta la sua vicinanza verso tutte le pecore del suo pascolo, giudicandole con equità.

Ed è una grande consolazione per noi la certezza di questa sua visita, in un momento così difficile e traumatico per tutti, quale è questo della pandemia, dove nessuno deve sentirsi abbandonato.

Tutti, in un  modo o in un altro, ci sentiamo feriti, bisognosi di compagnia e di aiuto, ma pure crediamo di essere sorretti dalle forti e insieme tenere mani del nostro Dio, che utilizza tanti fratelli e sorelle per raggiungerci e sostenerci.

Penso al dolore grande di tanti nuclei familiari, che non possono raggiungere e consolare quanti sono ricoverati negli ospedali o nelle rsa e di quanti, isolati dai propri cari, sperimentano una solitudine amara. A queste persone il nostro sincero affetto e il ricordo nella nostra preghiera.

Oggi, a conclusione dell’anno liturgico, celebriamo la festa di Cristo, re dell’universo.

A Lui, vincitore del peccato e della morte, Dio Padre ha affidato la signoria sul mondo e sulla storia.

Ciascuno di noi, presto o tardi, dovrà confrontarsi con Lui, verificando l’esito della sua vita personale. Egli è il metro di misura della nostra umanità.

Il modo di relazionarsi di Gesù con Dio, suo e nostro Padre, sarà il criterio della nostra verifica. Come pure lo stile con cui Egli ha agito nei confronti dei fratelli e delle sorelle sarà pure lo specchio con cui riconoscerci o meno suoi discepoli.

Sarà il momento con cui potremo verificare se la nostra umanità ha raggiunto o meno la propria pienezza, dal momento che tutti siamo chiamati a modellare la nostra vita sull’insieme della sua.

In attesa di questo confronto personalissimo, ciascuno di noi, al termine di questo anno liturgico, in un momento di verità con se stesso, può sinceramente domandarsi: “Io sto amando?” Perché è l’amore e solo l’amore il criterio di misura. S.Giovanni della Croce ha scritto che “ l’ultimo esame, alla fine della nostra vita, sarà solo sull’amore”, su quanto avremo amato.

Quindi mi sembra opportuno anche questo secondo interrogativo: “Per che cosa, e soprattutto per chi, sto spendendo la mia vita?

Il giudizio finale  sulla nostra vita, che è un dato di fede, non può essere fondato sulla quantità dei beni che possediamo e nemmeno dal ruolo sociale che occupiamo, ma sull’impegno di amare i nostri fratelli, nel dono di noi stessi. Saremo giudicati, a partire dall’intensità dell’amore o dalla durezza di cuore che abbiamo accumulato, dalle opere di bontà o dall’egoismo che abbiamo sprigionato.

Eliminare il giudizio divino, nel nome di una malintesa misericordia renderebbe tutto indifferente. Amare oppure odiare, farsi prossimo o farsi nemico, lavare i piedi ai fratelli, oppure costruire dei piedistalli su cui far prevalere noi stessi, rischierebbe di far seppellire ogni differenza tra bene e male e cadere in una profonda ingiustizia.

Avvertiamo quindi che ciascuno è responsabile del proprio destino.

Il giudizio inizia quaggiù. Attraverso le opere che compiamo nella quotidianità della nostra esistenza manifestiamo contemporaneamente la fede e la carità. Esse insieme, sono due dimensioni del medesimo atteggiamento.

Lasciamo emergere fin da ora le luci e le ombre che convivono in noi. E permettiamo agli altri che vivono accanto a noi di lavorarci con le loro osservazioni critiche, cosi che noi possiamo esercitarci nella virtù.

Chiediamo che lo Spirito Santo alimenti in noi il calore dell’amore e della tenerezza, perché possiamo, nello stesso tempo, infiammare il cuore  degli altri.

“In verità io vi dico: Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.