28 maggio 2019 - Sondrio

Anniversari sacerdotali

Cari Confratelli sacerdoti:

è commovente per noi, oggi, ritrovarci qui, insieme, davanti al popolo di Dio, così uniti, eppure così diversi: per età,  per i luoghi da cui proveniamo, per i doni ricevuti, per le fatiche sperimentate nel corso del ministero, per le varie stagioni della vita spirituale che ciascuno ha attraversato.

Eppure siamo un solo corpo, nutrendoci dell’ unico Corpo e del Sangue del Signore ed abbeverandoci del medesimo Spirito, pur con le originalità proprie di ciascuno e per le grazie particolari che il Signore non ci ha fatto mai mancare, là dove l’obbedienza ecclesiale ci ha destinato.

Siamo chiamati a diventare santi, ma ciascuno in modo differente, pur svolgendo il medesimo ministero sacerdotale che ci ha modellati, ci ha levigati, ci ha appassionati, coltivando  una comune unità di intenti, quella che assorbiamo quotidianamente dalla madre Chiesa. Staccati dal seno materno della Chiesa rischieremmo di essere dei solitari, sperimentando una triste sterilità.

Non siamo nemmeno fotocopie l’uno dell’altro, eppure in noi circola la stessa linfa vitale, ci accompagna l’ebbrezza dello Spirito, che ci dà la grazia di ricominciare sempre, anche dove e quando la nostra azione pastorale  sembra fallimentare (o quasi!), mantenendo sempre accesa la speranza.

Lo Spirito del Signore e’ su di me, perché il  Signore  mi ha consacrato con l’unzione“, abbiamo ascoltato nella prima lettura.

Occorre tuttavia ricordare che le opere che compiamo non sono nostre, ma dello Spirito che ci guida. Noi siamo semplicemente umili servitori del popolo di Dio, senza alcuna pretesa di protagonismo, di difesa di noi stessi, delle nostre vedute e di particolari metodi pastorali, sempre parziali e comunque rivedibili.

Ci lasciamo guidare dallo Spirito del Signore, con grande libertà, sapendo che è Lui e solo Lui che ammaestra, mentre noi insegniamo; è Lui che convince i cuori, mentre noi parliamo all’esterno; è Lui che scioglie delicatamente ogni resistenza, mentre noi vorremmo subito intervenire con metodi risolutivi.

Inviati a portare il lieto  annunzio ai poveri, avvertiamo noi pure la nostra personale debolezza. Anche noi ci sentiamo membri di un popolo povero, che chiede l’aiuto del Signore e proprio perché ci sentiamo  poveri, Egli può ricolmarci così  dei suoi beni, farci sperimentare il suo aiuto, il suo conforto, la sua grazia. Essa non si esaurisce mai, come la farina nella giara  della vedova di Zarepta, (1Re 17, 14) così da poterla sempre distribuire ai tanti poveri che sono attorno a noi con grande liberalità e grandezza d’animo.

Siamo stati “Mandati a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri“. Questa nostra azione consolatoria e liberatoria, frutto dello Spirito che agisce in noi, è una realtà quotidiana, immessi come siamo in una storia umana di persone sempre alla ricerca della pace e della verità, della compassione e della tenerezza, dentro un clima spesso aggressivo, in cui regnano solitudine e vuoto. Non c’è come un prete diocesano per conoscere i gemiti degli oppressi , le tante illusioni e le sconfitte dell’uomo di oggi, le ferite e le divisioni di varie famiglie, in cui spesso non regnano pace e dialogo.

Oggi la Chiesa, a mio nome, vi ringrazia per la vostra operosità, lo  zelo pastorale, ma anche per le fatiche del ministero e per certe ferite, magari inespresse, dovute a incomprensioni e visioni diverse all’interno della Chiesa.

Oggi, soprattutto, vogliamo ringraziare il  Signore  per la pace che regna nei nostri cuori, quella pace che Gesù assicura ai suoi apostoli dal giorno in cui l’ha annunciata nel cenacolo di Gerusalemme. Solo perché ci è donata la pace, possiamo trasmetterla agli altri.

Come il Padre ha mandato me, così io mando voi“. Uscire ad annunciare la pace divenendo noi per primi  uomini di pace, testimoni del Risorto,  è un compito permanente, che non accetta deleghe, né va mai in pensione. Il mandato missionario è un compito a vita, perché fa parte della nostra struttura interiore, un dono del Signore che sempre ci accompagna e ci accompagnerà.

Non nascondiamo le difficoltà del tempo presente, ma teniamo viva la certezza che il Risorto è sempre con noi, che il suo braccio non si è rattrappito, che il suo amore ha già vinto. Non finiamo mai di rispondere al suo amore, come testimoni e annunciatori della sua misericordia.