Le parole del Card. Bassetti

Fine vita: “Non si può calpestare la dignità dell’uomo”

L’Eco di Bergamo ha intervistato il Presidente della CEI, Card. Gualtiero Bassetti, sui temi del fine vita. Ecco il testo dell’intervista, firmata da Alberto Bobbio.

 

Il presidente dei vescovi italiani, il cardinale Gualtiero Bassetti, è molto preoccupato e, a due mesi dalla sentenza della Corte costituzionale sul suicidio assistito, denuncia il rischio che il piano si inclini sempre di più, con l’aggiunta della possibilità che il Servizio sanitario nazionale venga stravolto nella sua funzione. Bassetti contesta l’idea che esaudire il desiderio di morire quando si è affetti da una grave malattia, esalti la libertà personale dell’individuo, e mette in guardia dalla deriva che sta prendendo il dibattito, a causa della superficialità su questi temi da parte della classe politica italiana.
Presidente, come giudica la recente sentenza della Corte sul suicidio assistito?
«Mi ha lasciato sconcertato, suscitando in me una sensazione di profonda distanza, proporzionata alla piena sintonia che sento per le parole di Papa Francesco: “Si può e si deve respingere la tentazione, indotta anche da mutamenti legislativi, di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia”».
L’opinione pubblica sembra piuttosto orientata a considerare l’aiuto al suicidio come una risposta possibile alla sofferenza. Come si può spiegare che non è la strada giusta?
«Forse basterebbe soffermarsi sugli effetti culturali e sociali che l’introduzione della liceità del suicidio assistito e dell’eutanasia porterebbe nel nostro ordinamento. Non ci vuol molto per immaginare che si darebbe il via a un piano inclinato: diverrebbe sempre più normale il togliersi la vita e ciò potrebbe avvenire di fatto per qualunque ragione e, per di più, con l’avallo e il supporto delle strutture sanitarie dello Stato».
Corre dei rischi anche il nostro Servizio sanitario nazionale?
«Sì, perché la stessa sanità diventerebbe sempre più una sanità a due livelli, e si accrescerebbe la pericolosa tendenza a offrire cure più o meno qualificate, a seconda delle possibilità economiche di ognuno. Siamo una società che già seleziona, e stabilisce chi tra gli esseri umani sia anche persona e porti o meno il diritto di nascere e di vivere: le leggi di cui temiamo l’approvazione non farebbero che ampliare tale obbrobrio, rendendo la vita umana sempre più simile a un oggetto. Verrebbe trasformato pure il senso della professione medica, alla quale è affidato il compito di servire la vita».
Si ritiene che l’argomento sia circoscrivibile nella sfera dei diritti e delle libertà individuali. Ma la vita è nella propria disponibilità?
«So quanto sia diffuso il pensiero secondo il quale esaudire chi chieda di essere ucciso equivalga a esaltarne la libertà personale. Mi chiedo, in realtà, in che modo può dirsi accresciuta la libertà di una persona alla quale, proprio per esaudirla, si toglie la vita… Sono convinto che, anche nel caso di una grave malattia, vada respinto il principio per il quale la richiesta di morire debba essere accolta per il solo motivo che proviene dalla libertà del soggetto. Anche il presupposto che quella di darsi la morte sia una scelta di autentica libertà va confutato con forza: la libertà, infatti, non è un contenitore da riempire e assecondare con qualsiasi contenuto, quasi che la scelta di vivere o morire abbia il medesimo valore».
Tuttavia una legge va fatta sul fine vita. Secondo lei come?
«Più che soffermarmi sulla legge, preferisco confermare e rilanciare l’impegno di prossimità e di accompagnamento della Chiesa nei confronti di tutti i malati. Circondiamo i malati e tutti i più deboli dell’amore del quale, come ogni essere umano, hanno bisogno per vivere. Facciamo sentire che il peso che portano non diventa un ostacolo per chi li circonda, ma genera in noi la prossimità e la cura. Rafforziamo il ricorso alle cure palliative, la cui importanza è cruciale nell’offrire il necessario sollievo alla sofferenza del malato».
Ma tutti insistono e sono d’accordo a questo punto sulla necessità di una legge…
«Da questa prospettiva, mi attendo che il passaggio parlamentare riconosca nel massimo grado possibile tali valori, anche tutelando gli operatori sanitari con la libertà di scelta, introducendo la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza alla norma».
Sui temi delicati della bioetica il dibattito non sempre è sereno. Un tempo si parlava di valori non negoziabili. Come si esce da un dibattito che a volte dà l’impressione del muro contro muro, dello scontro tra guelfi e ghibellini?
«È innegabile che, anche all’interno del nostro mondo, ci siano sensibilità diverse, che a volte sfociano in contrapposizioni. A ben vedere, però, spesso si tratta di distinzioni che caratterizzano soprattutto i toni e le modalità con cui agire. In questa luce, ho salutato come l’elemento più bello dell’11 settembre scorso – quando, aderendo a un’iniziativa promossa da alcune associazioni, ci siamo ritrovati a Roma a riflettere sul tema del suicidio assistito – la partecipazione corale che ha contraddistinto la giornata. Erano circa un’ottantina le associazioni rappresentate, tutte attente a portare il loro contributo e ad arricchire il confronto. Ottanta associazioni che sono riuscite ad uscire con una voce sola».
La politica ha paura dei temi bioetici?
«Più che di paura, parlerei di superficialità: credo che spesso – rispetto ai temi della bioetica – non si colga la posta in gioco. Deve preoccuparci una politica che procede per dichiarazioni estemporanee, che non nascono da una visione della persona e, quindi, della comunità. Il nostro tempo è chiamato a confrontarsi con lo sviluppo pervasivo di un nuovo potere tecnico, come aveva intuito profeticamente Romano Guardini; con la crisi dell’umano e dell’umanesimo, che è il fondamento della nostra civiltà; con una manipolazione sempre più profonda della nostra casa comune, della Terra. Sono frontiere che ci interpellano profondamente e che ripropongono l’urgenza di un pensiero che rispetti la vita. E qui torna anche la responsabilità del contributo culturale dei cattolici, che è non solo doveroso, ma anche atteso da una società che cerca punti di riferimento».
Qualcuno oppone la questione dei migranti ai temi della bioetica e dice che la Chiesa non deve occuparsi dei primi ma dedicare le sue forze a contrastare le derive in campo bioetico. Siamo di fronte ad un possibile cortocircuito dove ognuno si costruisce una sua morale sui temi che più predilige?
«È una contrapposizione sterile che, in quanto tale, va superata. Non ci si può dividere tra “cattolici della morale” e “cattolici del sociale”, né prendersi cura dei poveri e poi dimenticarsi del valore della vita; oppure, al contrario, farsi paladini della cultura della vita e dimenticarsi dei poveri, sviluppando in alcuni casi addirittura un sentimento ostile verso gli stranieri. La dignità della persona umana non è mai calpestabile e deve essere il faro dell’azione sociale e politica».

(Alberto Bobbio)