Funerale p. Mario Mereghetti

Mentre celebriamo la liturgia pasquale, attraverso cui riviviamo il sacrificio di Cristo sulla croce e facciamo memoria della sua gloriosa risurrezione, associamo alla vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte il nostro amato fratello e venerato padre Mario Mereghetti. Cristo risorto, anche attraverso la nostra preghiera, dischiude per lui le porte della Vita e lo conduce a vivere in pienezza quella intimità con Dio che qui in terra p.Mario ha pregustato e a partecipare alla gioiosa comunione dei Santi.

E’ festa oggi presso tutta la Chiesa di lassù, da parte dei Confratelli Somaschi che lo hanno preceduto, e che ora lo accolgono, tra cui p.Livio Balconi e p. Emilio Pozzoli, membri della sua comunità religiosa al collegio Gallio, recentemente chiamati alla casa del Padre. Gli vengono incontro tanti sacerdoti e religiosi che p.Mario ha accompagnato nel loro esodo pasquale lungo gli anni di  ministero, come anche le numerose persone del popolo di Dio che egli ha preparato ad affrontare nella fede il “santo viaggio”.

Noi, membri della Chiesa di quaggiù, siamo, da una parte, rammaricati e tristi perché ci è stato tolto  un padre, ma nello stesso tempo, siamo lieti per la gioia che ora p.Mario gode nel contemplare il volto misericordioso del nostro Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, insieme con la Madre di Dio e  tutti i Santi, in special modo quello alla cui luce p. Mario ha seguito Gesù, vivendo la vita religiosa secondo la sua regola, cioè s.Girolamo Emiliani, fondatore dei Padri Somaschi.

Osservando l’insieme della vita e del ministero di p.Mario ci viene spontaneo domandarci quale eredità spirituale ci abbia lasciato. Ognuno di noi, infatti, è un messaggio che lo Spirito Santo trae dalla ricchezza di Gesù Cristo e dona al suo popolo. Mi pare di poter affermare, senza ombra di dubbio, che P.Mario ha attualizzato in modo speciale alcune tra le beatitudini di Gesù appena proclamate: sono state per lui un programma di vita e le ha annunciate attraverso i gesti del sua vita consacrata e del ministero pastorale.

Vorrei ricordare, tra le altre, queste due.

La prima: “Beati i miti perché avranno in eredità la terra”. I miti sono i docili discepoli alla scuola ininterrotta del Maestro, che nel vangelo ha detto: “imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per la vostra vita” (Mt 11,29). La mitezza è frutto di una lenta e paziente trasformazione, attuata dalla grazia battesimale, sempre operante, che  permette alla libertà di ciascuno di assumere la fisionomia di Cristo. Chi è mite ha rinnegato l’orgoglio e la vanità, rinunciando al diritto di innalzarsi al di sopra degli altri. Il mite vede i limiti e i difetti degli altri, ma non si crede in dovere di giudicare, di criticare, sprecando energie in inutili lamenti. Come scrisse santa Teresa di Lisieux: “La carità perfetta consiste nel sopportare i difetti altrui,  senza stupirsi assolutamente delle loro debolezze”. Padre Mario ha vissuto tra noi una presenza discreta, colma di mitezza. Dalla sua persona emanava una dolcezza pacificante, piena di rispetto e di tenerezza verso tutti. La sua parola rappacificava gli animi, richiamandoci all’essenziale, ossia a vivere tra noi in piena carità.

La seconda beatitudine che vorrei richiamare, perché fortemente vissuta da p.Mario, è l’invito di Gesù ad essere misericordiosi: “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”. La misericordia, come ci ha ripetuto più volte Papa Francesco, “nel suo aspetto più femminile, è il viscerale amore materno, che si commuove di fronte alla fragilità della sua creatura, fornendo tutto quello che le manca perché possa vivere e crescere. Nel suo aspetto propriamente maschile, è la fedeltà forte del Padre che sempre sostiene, perdona e torna a rimettere in cammino i suoi figli”. Sappiamo bene che solo chi ha sperimentato su di sé entrambe le definizioni,  solo chi si è lasciato lavorare il cuore dalla misericordia divina, può essere in grado di diventare misericordioso verso tutti, come il Padre celeste. P.Mario lasciava trasparire questo lento lavorio della grazia, così che molte persone, attraverso di lui, hanno potuto sperimentare non solamente di essere peccatori perdonati, ma anche di essere peccatori a cui è stata conferita un dignità più alta. Lo possono testimoniare i sacerdoti, i seminaristi, le religiose e gli sposi che hanno potuto usufruire a lungo del ministero di p.Mario dentro la confessione sacramentale. Attraverso di me esprimono la loro gratitudine a p.Mario, che ha permesso loro di gustare a fondo la tenerezza e la compassione di Cristo, suscitando così, con la grazia del perdono divino, il desiderio di essere misericordiosi verso tutti. Solo chi sprigiona la forza e la tenerezza della misericordia è in grado di contribuire a generare quella nuova “cultura della misericordia”, per la quale abbiamo iniziato il nostro Sinodo diocesano.

Rendo grazie al Signore per aver donato alla nostra Chiesa un religioso zelante, un sacerdote di alto profilo spirituale, quale è stato per noi il nostro carissimo p.Mario, che ha trascorso quasi la totalità della sua vita qui a Como, al collegio Gallio, come padre spirituale, e in questa Basilica, come confessore, tranne alcune parentesi, per altro molto positive, come parroco a Mestre, per nove anni e a Magenta per te.

Mi aveva confidato, a suo tempo, la sofferenza del distacco dai suoi amati parrocchiani, ma l’obbedienza era per lui un valore superiore, essendo un modo concreto per testimoniare la sua unità con Cristo pienamente obbediente al Padre e la totale fedeltà alla sua Sposa, la santa Chiesa, nostra Madre.

Concludo con una frase forte della esortazione apostolica “Gaudete et exultate” (138) che ben si addice a sintetizzare la vita di p.Mario e le sue opere conformi al vangelo delle Beatitudini. “Ci mette in moto l’esempio di tanti sacerdoti, religiose, religiosi e laici che si dedicano ad annunciare e servire con grande fedeltà, molte volte rischiando la vita e certamente a prezzo delle loro comodità. La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante”.

 

 

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