9 aprile 2020 - Como, Cattedrale

Giovedì Santo – S. Messa in Coena Domini

Il mio pensiero corre inevitabilmente a don Renato Lanzetti, il nostro vicario generale, che oggi celebra in cielo la sua Pasqua.

Don Renato si è consegnato a Cristo nel dono totale di sé, accettando anche la morte come preludio di risurrezione dai morti.

C’è modo e modo di morire, perché la morte è preparata da ciascuno attraverso la vita quotidiana, intesa come una continua offerta d’amore.

Questa misura alta della vita cristiana ci permette di affrontare la morte non certo in modo disinvolto, ma in piena confidenza e fiducia nei confronti del Signore Gesù, mite servo del Padre e dei fratelli, che, unico, come compagno fedele, anche se silenzioso, gli è stato vicino, fino nel momento supremo del trapasso.

 

La vita stessa di don Renato, il suo ci aiuta ad entrare nello spirito delle letture che ci sono state proposte.

Nella notte in cui Gesù veniva tradito, prese del pane, poi prese il calice e lo diede a tutti i presenti (cfr 1Cor 11,23).

Stupisce il forte contrasto tra il contesto di tradimento che si respira attorno a Gesù e il suo libero gesto di consegna di sé.

Gesù continua ad amare e a servire i suoi anche quando questi lo smentiscono, dal momento che l’amore di Gesù non conosce pentimento. Arriva fino a lavare i piedi a Giuda, che lo sta per tradire, e a Pietro, che tra non molto lo avrebbe rinnegato. Gesù sa perfettamente tutto questo e tuttavia avanza in questa sua scelta, pur nella amara sofferenza di venire tradito proprio dagli amici più cari, da essi, che gli avevano promesso vicinanza e fedeltà.

Non so rendermi conto di quanto i discepoli, al momento della istituzione dell’Eucaristia, abbiano effettivamente compreso, ma Gesù attraverso un pasto, la cena pasquale ebraica, anticipa la libera offerta di sé, si fa egli stesso dono di vita fino a offrire il proprio corpo e il proprio sangue, quale agnello innocente che si immolerà sulla croce. L’amore vero è sempre sacrificale. Donare se stessi a costo di fatica e nella sofferenza è la prova più convincente dell’autenticità dell’amore.

Ecco allora un gesto simbolico, credo educativo, che propongo alle famiglie cristiane che mi stanno seguendo via TV. E’ un gesto che da una parte, aiuta a comprendere l’amore gratuito di Gesù, che si dona liberamente per i suoi fratelli, fino a consumarsi totalmente nel dono di sé. Dall’altra, permette di sperimentare come la famiglia cristiana, fondata sul sacramento del matrimonio, con la forza della grazia, sia il primo luogo che abilita al dono di sé, lo spazio in cui si impara concretamente ad amare, insegna cioè a chi è amato ad amare a sua volta.

Il gesto consiste in questo: il papà o la mamma spezzando un unico pane, ne distribuisce i bocconi a tutti i figli presenti, i quali lo accolgono e prima di cibarsene ringraziano, imparando a riconoscere, attraverso il pane ricevuto, il valore di una intera vita donata da loro genitori.

Il pezzetto di pane, distribuito e condiviso tra i presenti, è segno vivo e autentico dell’amore, un amore semplice, ma quotidiano, del padre e della madre, che entrambi spendono le loro energie della mente, delle mani e del cuore a beneficio dei loro figli, che si impegnano in un duro lavoro, magari lontano da casa, un lavoro a volte rischioso e forse anche scarsamente retribuito, per il benessere dell’intera famiglia.

Il pane condiviso è espressione delle fatiche, dei sacrifici, ma anche della creatività del lavoro, che dona dignità a chi lo pratica, restituisce fiducia in se stessi, coinvolti nel costruire con gli altri lavoratori un bene più grande. Alla luce della Pasqua anche le inevitabili difficoltà e le sofferenze diventano una offerta d’amore.

Cari amici, ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, pane spezzato per la vita del mondo, lo Spirito Santo ravviva nella cena pasquale il sacrificio di Cristo, che sulla croce si dona a tutti, insegnando l’arte di vivere attraverso il dono totale di se’, espressione sintesi di una vita sacrificale, spesa per amore e solo per amore.

Mi ha molto meravigliato e commosso, nei giorni scorsi, ciò che un medico mi ha confidato. “Ho sempre pensato, mi disse, che la mia vita sarebbe stata veramente significativa e piena solo se l’avessi donata. Ora, servendo i malati, colpiti dal corona virus, è venuto il momento di donarmi sul serio, esponendomi anche al rischio di morire per contagio”. Ed io risposi: “questa tua scelta è veramente un atteggiamento eucaristico, che ti rende simile a Gesù, la notte in cui fu tradito”.

Dando la vita per noi, Gesù ci ha rivelato quanto gli siamo cari.

Solo chi è profondamente grato per aver ricevuto una prova d’ amore così grande da parte di Gesù può accogliere la sua chiamata a seguirlo fino a dare la vita in dono, contattando chi è solo, servendo chi soffre e accogliendo chi ha bisogno di aiuto.

Questo è il frutto della nostra Eucaristia, ma quanto cammino di riforma su noi stessi abbiamo bisogno per diventare come Gesù e comprendere che la via del dono di sé richiede un allenamento quotidiano.

Morire a se stessi fino a mettere in gioco la propria vita.

Ecco la via di santificazione, frutto della Eucaristia che celebriamo.