Domenica 20 ottobre 2019 in Cattedrale

Il mandato missionario a don Filippo Macchi

2019 Mandato Missionario in diocesi

DOMENICA 20 OTTOBRE, IN CATTEDRALE, A COMO, IL MANDATO MISSIONARIO DI DON FILIPPO MACCHI: LA DIOCESI DI COMO SI IMPEGNA NELL’APERTURA DI UNA NUOVA MISSIONE “FIDEI DONUM” IN MOZAMBICO

L’appuntamento è per domenica 20 ottobre, alle ore 17.00, a Como, in Cattedrale. Il Vescovo monsignor Oscar Cantoni, nella Giornata Missionaria Mondiale, dedicata al tema “Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo”, conferirà a don Filippo Macchi (39 anni il prossimo 30 novembre), nativo di Gemonio (Va) e, fino al momento della nomina ufficiale dello scorso 31 agosto, vicario a Grosio (So), il mandato missionario.

Don Filippo sarà sacerdote “fidei donum” (ovvero un prete diocesano, inviato “ad gentes”, come collaboratore di una Chiesa sorella) nella nascitura missione diocesana in Mozambico. Precisamente nella Chiesa di Nacala.

La partenza non è immediata. Già nei prossimi giorni, e fino a poco prima di Natale, don Filippo sarà in Portogallo, per imparare il portoghese, la lingua ufficiale del Mozambico. Studio che riprenderà con l’inizio del 2020. Poi, indicativamente nel mese di marzo, don Filippo partirà per il Mozambico, dove continuerà a studiare: per tre mesi seguirà dei corsi, in un centro di formazione dei Padri Comboniani, che gli permetteranno di conoscere meglio la storia e la cultura mozambicana. Al termine di questo percorso si trasferirà nella diocesi di Nacala.

Si tratta di una realtà estesa per 26mila kmq nel nord-ovest dello stato africano (affaccia sull’Oceano Indiano), con una popolazione di poco inferiore ai 3 milioni di abitanti, di cui il 41% è di religione cattolica. Le parrocchie sono 24, con meno di 30 preti e poco più di un centinaio fra religiosi e religiose. Alla guida della diocesi il vescovo, di origine spagnola, monsignor Alberto Vera Aréjula. In tale contesto don Filippo, almeno per un primo periodo, lavorerà, nella comunità di Chipene, in collaborazione con due sacerdoti – anch’essi “fidei donum” – della diocesi di Concordia-Pordenone.

«Ogni battezzato è una missione e ciascun credente è sempre in missione», sottolinea don Alberto Pini, direttore del Centro Missionario diocesano. «È molto importante – aggiunge – partecipare domenica al mandato missionario a don Filippo, per far sentire la vicinanza dell’intera Chiesa di Como. Inoltre il mandato viene affidato non nella parrocchia di origine o dove era ora vicario, ma in Cattedrale, che è la chiesa madre della diocesi ed è il luogo in cui i sacerdoti vengono ordinati». Sarà un momento unitario per tutta la Chiesa di Como, celebrazione diocesana non solo della Giornata Missionaria Mondiale, ma anche del Mese Missionario Straordinario. Un mese, questo ottobre 2019, indicato da papa Francesco come occasione per risvegliare la consapevolezza della missio ad gentes e riprendere, con nuovo slancio, la responsabilità dell’annuncio del Vangelo.

Con un anniversario significativo: i 100 anni dell’Enciclica Maximum Illud di papa Benedetto XV (il testo è considerato una magna charta dell’azione missionaria della Chiesa contemporanea). Ricordando l’importanza della vitalità missionaria espressa da Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium: «L’azione missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa» (EG 15).

A COLLOQUIO CON DON FILIPPO MACCHI (da Il Settimanale della diocesi di Como)

Don Filippo, che è stato in visita in Mozambico, la scorsa estate, osserva che: «La nuova missione diocesana in Mozambico non deve essere vista come un prete in meno, ma come una possibilità in più».

Don Filippo come ti senti?

«Sono fiero che per il Vescovo e per tante persone nella diocesi aprire una nuova missione sia qualcosa di importante. E sono felice di essere parte di questo cammino. Certo c’è anche la preoccupazione per un orizzonte che si spalanca davanti agli occhi: vedi una strada lunga e non sai cosa ti attende».

Avevi già dato la disponibilità a partire per il Camerun nel 2013 poi tutto si blocco per via degli attacchi di Boko Haram e della chiusura della collaborazione missionaria…

«Devo dire che la missione non è mai stata un mio pallino, un sogno che volevo realizzare, piuttosto la vedevo come una necessità della Chiesa a cui io potevo dare il mio contributo. Nel 2013 mi chiesero se fossi disposto a partire e mi dissi “perché no?”. Fui sorpreso io stesso dalla naturalezza di quella risposta anche se ero a Maccio da solo un anno. Nei mesi successivi partecipai al corso di tre mesi al Centro unitario missionario di Verona, propedeutico ad ogni partenza, e mi preparai a raggiungere quanti erano nella diocesi di Maroua-Mokolo. Poi tutto si bloccò».

Una disponibilità che hai rinnovato?

«Nel 2015 decisi di mettere da parte l’idea della missione e di buttarmi anima e corpo nel servizio a cui il Vescovo mi aveva chiamato a Grosio. Poi è arrivato l’appello per l’apertura della nuova missione con quella domanda rivolta alla diocesi: “Cosa vi impedisce di dare la disponibilità a partire?”. Mi sono detto un’altra volta che non avevo ragioni per tirarmi indietro».

Nel mese di agosto hai visitato per la prima volta il Mozambico e la diocesi di Nacala. Cosa ti ha colpito?

«Di positivo sicuramente l’aria di famiglia che abbiamo respirato in quei quindici giorni, una scioltezza nei rapporti che mi ha davvero colpito. Ho visto una Chiesa in cui i laici fanno tanto e dove la collaborazione con i preti è molto bella. In negativo, invece, resta la preoccupazione di aver toccato una realtà molto complessa, davvero distante dalla nostra, e in cui bisognerà per forza entrare gradualmente».

Perché partire per l’Africa quando la missione è anche qui da noi?

«Rispondo con un’altra domanda: cosa può far crescere me e la nostra diocesi? Certamente il bisogno di preti c’è qui come in Mozambico, ma non credo serva fare a gara a chi ha più bisogno.

Sono convinto che vivere questa esperienza missionaria oltre il nostro tradizionale orizzonte farà crescere me come prete e, alla fine, anche la nostra Diocesi. Sarà un segno importante che ci aiuterà a vivere la missione qui e a far crescere veri cristiani nelle nostre comunità».

IL VESCOVO OSCAR PARLA DELLA NUOVA MISSIONE DIOCESANA,

E DELL’IMPEGNO MISSIONARIO DELLA DIOCESI DI COMO (IN PERÙ),

NELLE “LINEE GUIDA” (al punto 2) CONSEGNATE ALLA DIOCESI IL 31 AGOSTO 2019

Una urgenza molto viva nella nostra Chiesa è quella di non confinare ai soli addetti ai lavori, o affidare a una commissione o ad un semplice documento, la dimensione missionaria della vita cristiana. È urgente l’esigenza di educare tutti, sacerdoti e laici, fermentando processi di rinnovamento. La stessa diminuzione numerica del clero può essere interpretata come una opportunità perché tutto il popolo di Dio, come frutto del comune Battesimo, valorizzi il compito di annunciare il Vangelo. Tutti i battezzati, infatti, sono chiamati ad essere discepoli missionari a nome della Chiesa, che è sempre e comunque in stato di missione. Proprio dalla “missio ad gentes” possiamo imparare uno stile nuovo, non ripetendo modelli validi in altre Chiese, quanto ricevendo da esse un forte stimolo di generatività per una nuova presenza missionaria tra noi, nei nostri ambienti di vita, dove spesso è facile il tentativo di rinchiudersi con i soliti pochi, incapaci di dialogare con quanti stanno ai margini delle comunità o la frequentano solo in occasione di speciali eventi. Ci ricorda Papa Francesco nella sua Evangelii Gaudium, al n. 24: “La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore e per questo sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva”.

La “missio ad gentes” può diventare veramente un paradigma per l’ardua impresa di una nuova presenza missionaria nel nostro ambiente di vita. La pastorale può essere aiutata e stimolata a un modo nuovo di rapportarci tra noi, educandoci ad andare incontro anche ai non credenti, a quanti hanno abbandonato la fede per sfiducia nella Chiesa, a coloro che vogliono conoscere la vita della comunità cristiana, in cui è presente Cristo vivo, operante mediante il suo Spirito Santo. Siamo lontani da ogni desiderio di proselitismo e da una semplice filantropìa, piuttosto siamo mossi dall’urgenza di promuovere e far fiorire l’umano, che ha intimamente a che fare con il Vangelo, il cui centro è il Dio di misericordia, che ha a cuore le miserie dell’umanità, peccato incluso. Con tali intendimenti vogliamo quest’anno dar vita a una nuova cooperazione missionaria in Africa, precisamente in Mozambico, nella diocesi di Nacala. Invieremo “in avanscoperta”, nei prossimi mesi, don Filippo Macchi, (per questo primo periodo ospite della diocesi di Concordia-Pordenone), in attesa di costituire un gruppo di volontari che vivano e operino insieme: una coppia di sposi, o singoli, ma anche persone consacrate, disposti a lavorare in équipe negli spazi parrocchiali che verranno loro assegnati. Sarà una presenza che si aggiunge a quella animata dai nostri tre missionari in Perù (don Savio Castelli, don Roberto Seregni, don Ivan Manzoni). Mi auguro che la nuova missione possa diventare nel tempo una nuova occasione rigeneratrice a vantaggio della nostra Chiesa, un luogo di confronto e di stimolo per smuovere le acque stagnanti del nostro ambiente, dove non si può più dare per scontato il cristianesimo e dove non ci si può più accontentare della facile espressione: “abbiamo sempre fatto così!”, oppure: “per questi compiti ci sono i sacerdoti”! È sotto gli occhi di tutti che il cristianesimo di massa è ormai scomparso. Il Vangelo, oggi, richiede di essere trasmesso da persona a persona, valorizzando, certo, l’apporto dei sacerdoti, ma anche quella immensa maggioranza del popolo di Dio che sono i laici, mediante i carismi loro propri. Essi possono annunciare il Vangelo

attraverso il loro senso di responsabilità e attraverso le varie competenze, nei diversi contesti di vita, anche negli spazi pubblici, convinti della forza umanizzante dei valori evangelici.