5 aprile 2020 - Como, Cattedrale

Domenica delle Palme – Anno A

Omelia del nostro Vescovo

Cari amici, il racconto della Passione, ascoltato in tempo di corona virus, potrebbe suscitare in noi una risonanza particolare, molta diversa che in altre occasioni. Ecco allora qualche sottolineatura.

Questo è un tempo favorevole per convertire la nostra immagine di Dio, per molti ancora pagana, per accogliere e riconoscere un Dio diverso da quello che molti uomini si immaginano, dal momento che il Dio di Gesù Cristo, l’unico vero Dio, ama infinitamente l’uomo e rispetta la sua libertà.

E’ l’occasione buona per liberarci da quella falsa immagine di Dio, che facciamo fatica ad eliminare dentro di noi e che continuamente rinasce. Ossia di un Dio potente, vendicativo, che piega i suoi nemici con un atto di forza e quindi fa violenza alle persone.

E’ la tentazione di Giuda, che vorrebbe provocare Gesù, costringendolo attraverso un intervento clamoroso a manifestare la potenza di Iahwè. Giuda avrebbe voluto riconoscere in Gesù un leader per la rinascita politica della sua nazione. Anche per questo ha deciso di consegnarlo.

Tentazione è pure il desiderio dei passanti e dei capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, sotto la croce di Gesù, che lo deridono e lo provocano: “scenda ora dalla croce e crederemo in lui“,

ma forse è anche la nostra segreta aspirazione. “Intervenga Dio in questa situazione dolorosa, quale quella che stiamo vivendo, e metta le cose a posto, con un tocco di bacchetta magica”. Un Dio al nostro servizio, a disposizione della nostra riuscita, non un Dio a cui possiamo e dobbiamo affidarci totalmente, così come si è affidato Gesù, qualunque cosa capiti.

Fermiamoci un istante a contemplare Gesù: non si difende, non sente il bisogno di dare spiegazioni, non rinfaccia il tradimento di Giuda, né rimprovera duramente Pietro. Tace davanti a Pilato, che gli chiede: “non senti quante testimonianze portano contro di te?” come a dire: difenditi, adesso che puoi! Viene umiliato dal sommo sacerdote che gli contesta la sua messianicità e viene condannato come bestemmiatore.

Siamo ammirati dalla persona di Gesù, umile, mite, incompreso, tradito, deriso, umiliato e abbandonato. Lascia emergere tutta la sua vulnerabilità, che è poi la nostra condizione di creature fragili, la stessa che proviamo anche noi in questo tempo di inquietudine e di dolore.

Gesù vive il dramma della passione nella più profonda solitudine, come le tante persone che in questi mesi sono morte senza il conforto dei loro cari, tuttavia Gesù continua a confidare nell’amore fedele del Padre, pur avendo voluto sperimentare su di sé perfino la suprema lontananza del peccatore da Dio Padre. Proprio in questo modo egli ha preso su di sé tutti i peccati degli uomini.

Se fosse sceso dalla croce, schiacciando i suoi persecutori, non sarebbe più stato testimonianza del Dio misericordioso che ci ama fino alla morte, rispettando la nostra libertà.

Gesù sa bene che la croce non poteva essere compresa che come uno scandalo, non invece come un intervento di salvezza. Partecipa dell’amore del Padre, perché l’amore è la sola forza capace di entrare nel negativo della vita, nell’abisso di malignità, presente nel cuore di ogni uomo, e dunque nel peccato e nella morte, e di sconfiggerlo, rendendolo vano.

Proprio vedendolo morire così, con questo totale abbandono nelle mani del Padre, il centurione, preso da grande timore, disse: “Davvero costui era figlio di Dio!” La passione non è stata una sconfitta, bensì un combattimento vittorioso, autentico compimento del piano di Dio.