25 aprile 2018 - Monza

Pellegrinaggio di Olgiate C. a San Gerardo

Sono lieto di essere qui con voi a vivere, almeno in parte, questo pellegrinaggio di popolo, che vi caratterizza come membri della  parrocchia di Olgiate. Una lunga tradizione accompagna questo appuntamento annuale (quella di oggi è la 811^ edizione!), che è espressione del cuore di ogni olgiatese. Da qui la fierezza di appartenere a questo popolo, come afferma Papa Francesco: “Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo”. Da qui il proposito di custodire come comunità la memoria grata di questo pellegrinaggio per i benefici che il Signore elargisce tramite l’intercessione di s.Gerardo. Si tratta di un pellegrinaggio che apre l’accesso alla vostra identità più profonda, così che nessun olgiatese, di vecchia data o nuovo, può dirsi tale se non si unisce a questo pellegrinaggio, mantenendo così ogni anno una promessa antica.

Il pellegrinaggio a Monza, presso la tomba di s.Gerardo, un laico fondatore dell’ospedale a servizio dei malati e dei poveri, è la testimonianza più bella e più vera che i Santi non invecchiano mai, che i Santi  ci sono messi davanti come modelli attraenti di vita cristiana, perché noi li assumiamo come esempio e stimolo per la nostra santificazione. Per essere santi  non è necessario essere preti o suore, la santità non è riservata a qualcuno che può dedicare più tempo alla preghiera o a qualche genere di penitenza. Tutti siamo chiamati ad essere Santi, ciascuno con la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. Per quanto  s.Gerardo sia distante da noi per le circostanze storiche, egli continua ad invitarci a vivere il Vangelo e le esigenze della carità con la stessa dedizione e il medesimo ardore con cui egli stesso l’ha vissuto.

Il convenire qui come popolo, e non solo individualmente, è uno stimolo perché tutta la comunità cristiana prenda coscienza di un suo proprio mandato, quello di aiutare i battezzati a diventare santi, dal momento che la chiamata alla santità  è da sempre il fine della vita cristiana, la meta comune a cui tendere. La  comunità cristiana è un luogo dove ci si esercita a vivere secondo il Vangelo, soprattutto quelle pagine che manifestano il centro della vita cristiana, che è la misericordia, “il cuore pulsante del Vangelo”.

La santità si manifesta in noi se accettiamo di accogliere, con sincera apertura di cuore e con scelte concrete, quella regola di comportamento espressa nel Vangelo appena proclamato, in base alla quale saremo giudicati: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi  avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi’(mt 25, 35-36). La santità non si può dunque capire né vivere tralasciando le esigenze della carità, che variano secondo i tempi e le situazioni.

Il brano di Vangelo  non è un semplice invito a fare del bene: è una pagina in cui Cristo si rivela, è un fascio di luce sul mistero di Cristo. Riconoscendolo nei poveri e nei sofferenti, ci viene illuminato il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti, le sue scelte più profonde, le quali anche noi, come ogni santo, siamo chiamati ad imitare. Vorrei ricordare un passaggio molto efficace della recente esortazione apostolica “Gaudete ed exultate”, sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, di papa Francesco, dove egli aiuta i cristiani a riconoscere  la vera santità là dove si afferma la dignità di ogni essere umano. “Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, una creatura infinitamente amata dal Padre, un’immagine di Dio, un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani”. (98)

A ciascuno di noi la responsabilità di decidere, ricordando che non basta essere cristiani a parole. “E’ meglio essere cristiani senza dirlo, che dirlo senza esserlo”, afferma s.Ignazio di Antiochia. Ricordando che a ciascuno di noi, alla fine della vita, verrà chiesto: Hai amato? Hai riconosciuto in ogni persona un tuo fratello amato, redento dal sangue prezioso di Cristo? Ti sei preso cura del povero, dell’immigrato, dell’anziano, delle varie persone ferite, che la società esclude facilmente? Non dimentichiamo che l’ultimo esame, quello determinante, sarà solo sull’amore, fino a sentirci dire: “Vieni, servo buono e fedele!” Interceda per noi s.Gerardo, perché animati dalla carità operosa, non ci sottraiamo agli appelli di carità che da più parti ci vengono rivolti, manifestando così, proprio attraverso la santità, il volto più bello della Chiesa.