L. Meddi, sul tema della formazione di comunità profetiche

Per svegliare una nuova aurora

 Viviamo in un tempo in cui la profezia si è spenta? Subito dopo il Concilio il termine rappresentò il modo sintetico di riassumere le speranze e le intuizioni che molti avevano posto nel rinnovamento della Chiesa. Profezia veniva a significare da una parte il compito missionario della Chiesa verso il mondo e dall’altro uno stile di vivere la vita cristiana e il ministero sacerdotale. Profetico significava Chiesa capace di annunciare dentro di sé e al suo esterno la novità evangelica di Cristo in contrapposizione, a volte, con l’astratta formulazione della teologia dogmatica. Per questo solo alcuni dei vescovi (ma anche sacerdoti e laici) vengono ricordati con l’appellativo di “profeti”. 

È un dato di fatto che nella Chiesa di oggi il termine non viene molto utilizzato. Esso è sicuramente marginalizzato. Sia nella vita pastorale diretta, come nella riflessione scritta, il termine viene dimenticato fino a scomparire. È nella percezione di molti, inoltre, che proprio i “profeti” del Concilio siano stati particolarmente osteggiati dalla istituzione ecclesiale. Al loro posto sono state esaltate figure e personaggi di Chiesa che preferiscono mettere in evidenza i pericoli che vengono dalla “profezia conciliare” e che dedicano il loro tempo piuttosto alle nuove forme di obbedienza gerarchica (qualunque essa sia). 

Non è facile fare un bilancio sulla profezia nella Chiesa negli anni del post-Concilio. Più facile è, invece, riaffermare con forza la necessità che si continui ad annunciare all’interno della comunità ecclesiale quegli stessi valori che esaltarono molte persone al tempo della assise conciliare. La profezia del Concilio ha bisogno di nuovi profeti.