La solennità di Sant’Abbondio, patrono della Città e della Diocesi, è per noi una occasione propizia per ringraziare insieme il Signore per il grande dono della Fede, che ha permeato, di generazione in generazione, la vita, i costumi e le istituzioni dei nostri padri fino a nostri tempi.
Il nostro popolo è stato iniziato alla vita di fede dalla predicazione del primo vescovo san Felice, dai suoi immediati successori: san Probino, sant’Amanzio, e quindi da sant’Abbondio, quarto vescovo, ritenuto cofondatore della nostra Chiesa. Anche a lui si addicono le espressioni del libro del Siracide, proclamate nella prima lettura: “Molti loderanno la sua intelligenza, egli non sarà mai dimenticato; non scomparirà il suo ricordo, il suo nome vivrà di generazione in generazione”.
Con Lui facciamo memoria anche di tutta quella successiva tradizione apostolica che si è sviluppata lungo i secoli nella Chiesa di Como fino ad oggi. [Solo legati al cammino di fede di coloro che ci hanno preceduto possiamo ritrovare il senso della nostra storia e della nostra missione futura.]
Come l’apostolo Paolo, nella seconda lettura, anche i pastori che hanno guidato il nostro popolo lungo i diversi periodi storici, possono affermare con una certa consolazione: “Voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente” e questo per sottolineare che i cristiani di Como sono il risultato visibile del loro ministero: le loro opere sono valse di più delle loro parole.
Senza dubbio sant’Abbondio, che vive nella comunione dei Santi, continua ancor oggi a seguirci da vicino, si prende cura di noi, perché nostro intercessore presso il Padre. A Lui sta a cuore il cammino attuale della nostra Chiesa. Sant’Abbondio ci ricorda innanzitutto che lungo i secoli i pastori della nostra Chiesa ci hanno consegnato il loro tesoro più grande, che noi dobbiamo custodire, ravvivare sempre e trasmettere: la coscienza del primato di Dio, la sua presenza attiva dentro la nostra storia.
[I nostri pastori ci hanno messo in guardia circa il pericolo che la nostra vita segua il progetto di Babele, descritto nella Genesi, che pretende di innalzarsi verso il cielo escludendo Dio, e di conseguenza, mettendo da parte il fratello. Ma se ci chiudiamo in un orizzonte puramente umano, quindi escludendo Dio, si lacera il tessuto delle relazioni umane, diventa sempre più difficile aprire cammini di riconciliazione e la società è destinata alla rovina, perché tutto il contesto è dominato dalla sfiducia, dalla aggressività e dalla violenza.]
Ecco allora una domanda ineludibile che sant’Abbondio potrebbe oggi rivolgere a noi, qui riuniti:
Come vi state impegnando a trasmettere la fede che avete ricevuto in dono e che vi è stata offerta nel giorno del vostro Battesimo?
L’iniziazione cristiana non può essere concepita come una semplice preparazione ai Sacramenti. Essa è piuttosto il “grembo” in cui una comunità che genera continuamente i suoi figli alla fede e li introduce alla “vita pasquale”, cioè attraverso quei mezzi poveri, che il mondo giudica stoltezza, ma che invece risultano vincenti, perché frutto della croce vittoriosa di Cristo: la mitezza, la solidarietà con i piccoli e con i poveri, il perdono, la pace. La misericordia divina, poi, non è un privilegio per pochi, ma un dono da condividere, offerto a tutti.
Sant’Abbondio ci ricorda inoltre che, come cristiani, siamo chiamati ad essere sale, luce e lievito all’interno della società. Il nostro Patrono può allora, a buon diritto, rivolgerci un secondo interrogativo, di non secondaria importanza: Come discepoli di Cristo, avete imparato a stare dentro la società, condividendone le sorti, per fermentarla dall’interno con una visione cristiana dell’uomo e del vivere sociale, frutto del ritenere Dio padre di tutti gli uomini, che godono della medesima figliolanza e quindi rivestiti della medesima dignità?
La fede che professiamo, infatti, ha bisogno di essere subito testimoniata, già a partire dall’ambiente familiare, per poi annunciarla con le opere nelle diverse realtà civili, culturali e politiche. La fede, quindi, se è autentica, non può che essere rigenerativa.
Rispondere a questi interrogativi ci obbliga ad ammettere realisticamente che per noi oggi il linguaggio del cristianesimo non è più una lingua acquisita con il latte materno, come un tempo. Mi capita spesso di incontrare molti fedeli che mi manifestano il loro imbarazzo e perfino la loro amarezza quando si trovano alle prese con queste e simili inquietanti domande:
Come possiamo parlare del nostro rapporto personale con il Signore con i nostri figli, già adulti, che si sono allontanati dalla fede, giudicandola inutile, e non frequentano più la vita delle nostre parrocchie? Gli adulti, prima ancora dei ragazzi, hanno bisogno di un continuo nutrimento, che li introduca al pensiero di Cristo, ed è questo il compito di un catecumenato permanente, all’interno delle nostre Comunità, luogo della rivelazione di Dio.
A volte mi domandano ancora: Come comportarci con i nostri nipoti, che pur essendo bravi ragazzi, impegnati anche nelle opere di volontariato, non vogliono più partecipare alla Messa domenicale? Promuovendo la gioia del servizio verso i poveri e cammini di riconciliazione, anche se lentamente, i giovani saranno attratti dalla nobile semplicità e insieme dalla bellezza della liturgia. Intanto, però, ci domandiamo: le nostre famiglie sono ancora per i figli il grembo della fede? Si trova ancora il tempo per pregare insieme in famiglia? Se i genitori vivono relazioni di rispetto e di apertura, i figli, a loro volta, imparano che tali relazioni sono possibili. Se i genitori parlano con disprezzo di chi è diverso, di chi proviene da altri mondi, i loro figli assorbono quel veleno e lo iniettano nel loro sguardo sul mondo.
Non mancano anche persone che mi chiedono: Che dire dei nostri vicini o colleghi, che ritengono superflua la vita di fede? Come relazionarci con chi si prepara al matrimonio cristiano (ed è già una scelta rara!), con chi è malato e se la prende con Dio, con chi sta affrontando la morte e ne è terrorizzato? A volte sentiamo viva la domanda: dov’è Dio? Dove lo si incontra? Le persone hanno bisogno di essere accompagnate con rispetto, alla ricerca di Dio, una per una, a partire dalla loro situazione personale, spesso drammatica. Devono poter sperimentare, attraverso la nostra tenerezza, la compassione stessa di Dio nei loro confronti. Occorre trasmettere a questi nostri compagni di viaggio la certezza che il Signore è con noi, che non ci abbandona, che cammina accanto a noi anche nelle notti più buie, perché è risorto ed è vivo in mezzo a noi.
A conti fatti, dobbiamo sinceramente ammettere che in certi nostri ambienti si ha l’impressione di respirare un’aria stagnante, nella quale Dio non è più al centro, ma è semplicemente messo da parte. Si tocca con mano la rottura della relazione fra la creatura e il Creatore, quando non viene più riconosciuta la trascendenza, così che poi le persone non sanno più perché vivono e soprattutto per Chi. C’è da domandarsi, come conseguenza logica, con quali occhi certi nostri cristiani considerano gli altri, dal momento che, se non si possiede la luce di Colui che ha donato la vita per amore, vengono meno fiducia e rispetto, e si coltiva piuttosto la paura dell’altro, fino a giungere al disprezzo.
Non a caso, nel discorso alla Città, constatando un clima di crescente aggressività, ieri pomeriggio ho posto ai presenti questo interrogativo: “Vogliamo vivere come lupi o come agnelli?”. Spesso viviamo anche noi, contemporaneamente, due appartenenze: l’agnello e il lupo, infatti, convivono entrambi dentro di noi e solo attraverso la grazia di Dio e una vera lotta spirituale possiamo far emergere la mitezza, frutto di un animo pienamente riconciliato con Dio, con gli altri e con sé stessi. Per questo vogliamo lasciarci attrarre dall’invito sempre attuale di Gesù: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Egli è paziente con noi e ci dona sempre occasioni nuove per ricominciare.
Abbiamo bisogno di interpellare i grandi testimoni della fede, i nostri santi padri, ma anche i nostri contemporanei, vicini alla nostra sensibilità, persone consapevoli della necessità del primato di Dio, fratelli e sorelle di fede che nella loro vita, all’interno delle nostre Comunità, lo hanno saputo accogliere, stabilendo un vero dialogo interpersonale. [Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di conoscere cristiani di tutte le età, che tra di noi si sono lasciate redimere da Dio e sono diventate strumenti e canali di guarigione per gli altri, e nello stesso tempo, non si sono lasciate assorbire dalla sfiducia, dalla diffidenza e dallo scetticismo].
Sant’Abbondio: ricordaci che il Signore ci viene incontro ancora oggi nel cuore della nostra inquietudine. Aiutaci a comprendere che, nonostante i nostri cuori portano ancora le cicatrici del peccato e della divisione, la santità di noi cristiani è la prima condizione perché i non credenti nel Dio trinitario, come pure i tanti indifferenti, possano giungere a scoprire il Vangelo e gustare la gioia di essere cristiani. La Chiesa oggi non ha tanto bisogno di sapienti o di leaders, quanto di santi!
Oscar card. Cantoni
Vescovo di Como

