Le omelie Vescovo Oscar

Triduo Pasquale. Giovedì e Venerdì Santo

Giovedì Santo

Il mio pensiero corre inevitabilmente a don Renato Lanzetti, il nostro vicario generale, che oggi celebra in cielo la sua Pasqua.

Don Renato si è consegnato a Cristo nel dono totale di sé, accettando anche la morte come preludio di risurrezione dai morti.

C’è modo e modo di morire, perché la morte è preparata da ciascuno attraverso la vita quotidiana, intesa come una continua offerta d’amore.

Questa misura alta della vita cristiana ci permette di affrontare la morte non certo in modo disinvolto, ma in piena confidenza e fiducia nei confronti del Signore Gesù, mite servo del Padre e dei fratelli, che, unico, come compagno fedele, anche se silenzioso, gli è stato vicino, fino nel momento supremo del trapasso.

La vita stessa di don Renato, il suo ci aiuta ad entrare nello spirito delle letture che ci sono state proposte.

Nella notte in cui Gesù veniva tradito, prese del pane, poi prese il calice e lo diede a tutti i presenti (cfr 1Cor 11,23).

Stupisce il forte contrasto tra il contesto di tradimento che si respira attorno a Gesù e il suo libero gesto di consegna di sé.

Gesù continua ad amare e a servire i suoi anche quando questi lo smentiscono, dal momento che l’amore di Gesù non conosce pentimento. Arriva fino a lavare i piedi a Giuda, che lo sta per tradire, e a Pietro, che tra non molto lo avrebbe rinnegato. Gesù sa perfettamente tutto questo e tuttavia avanza in questa sua scelta, pur nella amara sofferenza di venire tradito proprio dagli amici più cari, da essi, che gli avevano promesso vicinanza e fedeltà.

Non so rendermi conto di quanto i discepoli, al momento della istituzione dell’Eucaristia, abbiano effettivamente compreso, ma Gesù attraverso un pasto, la cena pasquale ebraica, anticipa la libera offerta di sé, si fa egli stesso dono di vita fino a offrire il proprio corpo e il proprio sangue, quale agnello innocente che si immolerà sulla croce. L’amore vero è sempre sacrificale. Donare se stessi a costo di fatica e nella sofferenza è la prova più convincente dell’autenticità dell’amore.

Ecco allora un gesto simbolico, credo educativo, che propongo alle famiglie cristiane che mi stanno seguendo via TV. E’ un gesto che da una parte, aiuta a comprendere l’amore gratuito di Gesù, che si dona liberamente per i suoi fratelli, fino a consumarsi totalmente nel dono di sé. Dall’altra, permette di sperimentare come la famiglia cristiana, fondata sul sacramento del matrimonio, con la forza della grazia, sia il primo luogo che abilita al dono di sé, lo spazio in cui si impara concretamente ad amare, insegna cioè a chi è amato ad amare a sua volta.

Il gesto consiste in questo: il papà o la mamma spezzando un unico pane, ne distribuisce i bocconi a tutti i figli presenti, i quali lo accolgono e prima di cibarsene ringraziano, imparando a riconoscere, attraverso il pane ricevuto, il valore di una intera vita donata da loro genitori.

Il pezzetto di pane, distribuito e condiviso tra i presenti, è segno vivo e autentico dell’amore, un amore semplice, ma quotidiano, del padre e della madre, che entrambi spendono le loro energie della mente, delle mani e del cuore a beneficio dei loro figli, che si impegnano in un duro lavoro, magari lontano da casa, un lavoro a volte rischioso e forse anche scarsamente retribuito, per il benessere dell’intera famiglia.

Il pane condiviso è espressione delle fatiche, dei sacrifici, ma anche della creatività del lavoro, che dona dignità a chi lo pratica, restituisce fiducia in se stessi, coinvolti nel costruire con gli altri lavoratori un bene più grande. Alla luce della Pasqua anche le inevitabili difficoltà e le sofferenze diventano una offerta d’amore.

Cari amici, ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, pane spezzato per la vita del mondo, lo Spirito Santo ravviva nella cena pasquale il sacrificio di Cristo, che sulla croce si dona a tutti, insegnando l’arte di vivere attraverso il dono totale di se’, espressione sintesi di una vita sacrificale, spesa per amore e solo per amore.

Mi ha molto meravigliato e commosso, nei giorni scorsi, ciò che un medico mi ha confidato. “Ho sempre pensato, mi disse, che la mia vita sarebbe stata veramente significativa e piena solo se l’avessi donata. Ora, servendo i malati, colpiti dal corona virus, è venuto il momento di donarmi sul serio, esponendomi anche al rischio di morire per contagio”. Ed io risposi: “questa tua scelta è veramente un atteggiamento eucaristico, che ti rende simile a Gesù, la notte in cui fu tradito”.

Dando la vita per noi, Gesù ci ha rivelato quanto gli siamo cari.

Solo chi è profondamente grato per aver ricevuto una prova d’ amore così grande da parte di Gesù può accogliere la sua chiamata a seguirlo fino a dare la vita in dono, contattando chi è solo, servendo chi soffre e accogliendo chi ha bisogno di aiuto.

Questo è il frutto della nostra Eucaristia, ma quanto cammino di riforma su noi stessi abbiamo bisogno per diventare come Gesù e comprendere che la via del dono di sé richiede un allenamento quotidiano.

Morire a se stessi fino a mettere in gioco la propria vita.

Ecco la via di santificazione, frutto della Eucaristia che celebriamo.

 

Venerdì santo 

In questa liturgia del venerdì santo la Chiesa celebra la passione gloriosa del Signore. La croce di Gesù è già innalzamento nella gloria e nella vita di Dio, come è evidente nel racconto della passione secondo Giovanni, che è appena stata letta.

La croce del Signore diventa così la sua vera cattedra, il luogo da dove Egli manifesta il frutto della sua obbedienza incondizionata al Padre, insieme al suo amore sconfinato per gli uomini, suoi fratelli. Dall’alto della croce Gesù attira tutti gli uomini a sé per dare loro la salvezza e diventare così il re di tutti coloro che credono in lui.

Come Gesù sulla croce, anche per noi oggi l’ emergenza sanitaria può trasformarsi in occasione per celebrare la Pasqua nella sua pienezza: far trionfare l’amore e la solidarietà dove c’è malattia, tristezza, solitudine e pianto, nelle famiglie, innanzitutto, ma poi negli ospedali, nella case di riposo per anziani, presso le persone più vulnerabili, sole o lasciate ai margini, come i senza dimora.

Le circostanze dolorose che stiamo attraversando, a causa del corona virus, con i relativi drammi, ci costringono ad andare all’essenziale, come ci attesta un testimone della Pasqua, Pierre Claverie, vescovo in Algeria, ucciso nel 1996 e beatificato nel 2018, assieme a diciotto fratelli e sorelle, tra i quali i monaci trappisti di Tiberine, quelli che molti di noi conoscono attraverso il film “uomini di Dio”.

Scrive il vescovo Claverie: “Le crisi che attraversiamo, la morte che sfioriamo, ci costringono a rivelare le nostre ragioni di vivere…Le scosse e gli impoverimenti che ci impongono le circostanze difficili possono essere benèfici se dissipano le illusioni e le false apparenze. Si tratta di altrettante “morti”, di strappi a volte dolorosi, senza i quali rischiamo di vivere alla superficie di noi stessi, unicamente preoccupati delle apparenze ed esposti a qualsiasi crollo. La nostra vita può allora diventare più giusta, più forte e più vera”.

Anche Papa Francesco, in quella serata memorabile in piazza S. Pietro, lo scorso 27 marzo, ha ricordato al mondo: “E’ il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. E’ il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di te, Signore, e verso gli altri”.

Questi tempi di fatica e di prova, a cui siamo sottoposti, ci costringono a non prendere la vita “alla leggera” e a scoprire le condizioni perché essa possa crescere e portare frutto a beneficio degli altri. Questo tempo di prova è una occasione non solo di conversione religiosa, ma anche politica, sociale e umana.

La passione di Gesù è stata innanzitutto una passione per Colui che egli ha chiamato: “Abbà, Padre”, ma anche una passione d’amore da condividere con tutti i suoi fratelli in umanità. Il servo, di cui si è parlato nella prima lettura, “disprezzato e reietto dagli uomini, che non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi” sulla croce “ha successo, è onorato esaltato e innalzato grandemente”. Sulla croce risplende della vera bellezza: quella di chi si dona consumandosi per amore.

Oggi ci consola molto la presenza del nostro santo e venerato Crocifisso, trasportato per questa speciale circostanza dalla Basilica dell’Annunciata. Egli è qui perché noi, a nostra volta, diveniamo capaci di affrontare responsabilmente questo tempo di afflizione e di portare consolazione ai nostri fratelli nei diversi contesti di vita. E’ il modo migliore per onorare la sua presenza ed è pure l’intenzione di preghiera a lui maggiormente gradita.

Il Crocifisso è qui davanti a noi e ci raggiunge. Viene a visitarci nelle nostre case.

Come un tempo ha sciolto le catene che impedivano il passaggio nella nostra Città, così oggi scioglie le nostre catene, quelle che ci tengono legati all’ egoismo e ci impediscono di piangere con chi piange e di gioire con chi gioisce.

Chiediamo che il Crocifisso ci liberi dall’ orgoglio, dal desiderio di successo, dalla bramosia di rivincita sugli altri, e perfino dalle nostre rabbie segrete. Sono catene, le nostre, alle quali molto raramente riconosciamo di essere legati.

Lasciamo che lo sguardo del Signore crocifisso e risorto ci raggiunga dentro. Solo lui comprende le nostre paure, le resistenze, i ritardi nell’impegnarci con decisione al servizio degli altri perché ci ama davvero e ci conosce più di quanto noi conosciamo noi stessi. Egli è qui per trasformare le nostre esitazioni in fiducia, la nostra angoscia in speranza.

Siamo invitati a patire con chi soffre, chiamati a stare vicino a chi è solo, a condividere le fatiche di chi è insicuro del suo domani per le poche risorse economiche a sua disposizione.

Mi pare di avvertire che in questo periodo una nuova domanda religiosa stia nascendo. Lo scoprono, con un certo stupore, quanti pensavano che la fede in Dio fosse questione di altri tempi, ormai passati!

A noi il compito e il fascino di “dire Dio” in maniera che la gente di oggi capisca e si senta attratta a lasciarsi amare e quindi a lasciarsi salvare dal Signore, che dall’alto della croce continua ad attirare a sé tutti gli uomini. “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37).