Sondrio, 4 settembre 2026

Giornata di spiritualità del Clero

L'intervento del Vescovo Oscar

Venerdì 4 settembre, nel giorno in cui la Diocesi fa memoria del Beato Nicolò Rusca, il clero diocesano si è ritrovato a Sondrio per una Giornata di spiritualità.

Di seguito l’intervento del Vescovo Oscar card. Cantoni.

 

Intervento del Vescovo Oscar a commento della lettera ai Presbiteri

della Conferenza Episcopale Lombarda

Sondrio, 4 settembre 2026

 

Il convegno dello scorso 19 marzo a Caravaggio dei membri del consiglio presbiterale di ogni diocesi con tutti i vescovi lombardi è degno di essere ricordato e approfondito, perché, a detta di tutti, è apparso molto positivo e rigenerante.

La lettera di risposta dei vescovi si è poi rivelata ben appropriata, perché ha confermato, insieme alla stima, alla fiducia e alla gratitudine dei vescovi nei confronti dei loro presbiteri, il desiderio e quindi l’impegno di prendersi cura dei loro presbiteri nella loro situazione esistenziale. L’incontro di Caravaggio è apparso come un momento di vera fraternità, tra presbiteri e vescovi. Tutti condividiamo le medesime gioie e fatiche del ministero, non nascondiamo la reale, impegnativa situazione pastorale, comprese le comuni difficoltà che tutti constatiamo sul nostro territorio lombardo, ma vogliamo assolutamente evitare di lasciarci prendere dal pessimismo e dallo scoraggiamento.

È comune la ferma convinzione che le Chiese di Lombardia vivono dentro la medesima situazione complessa di questo tempo, mentre il Signore Gesù, con il suo Spirito, continua ad operare le sue meraviglie. Non siamo in situazioni drammatiche, come certe Chiese del Nord Europa, che vivono in una realtà di stretto laicismo. Abbiamo tanti motivi di speranza e noi dobbiamo esserne convinti, per non procedere senza slancio e senza creatività.

La lettera inviata a tutti i presbiteri esige, però, di essere contestualizzata nelle diverse Chiese locali, testo da cui devono nascere osservazioni, sottolineature e proposte concrete. Non so se è già stata discussa nei vostri vicariati, per questo ho pensato di riprendere alcuni spunti che mi sembrano particolarmente significativi e di riproporli a voi, in questa giornata in cui facciamo memoria del beato Nicolò Rusca, alla cui devozione vi rimando, perché non possiamo dimenticare i tanti esempi di santità offerti dentro la nostra Chiesa locale. I Santi parlano di noi al Signore Dio, vegliano sulla nostra Chiesa e sul nostro ministero pastorale. Possiamo affidarci con fiducia alla loro intercessione. Non possiamo nemmeno sorvolare anche quelle speciali rivelazioni della SS Trinità emerse nella esperienza spirituale del santuario di Maccio, che ancora molti di noi vorrebbero eludere senza tuttavia conoscerla profondamente, mentre si tratta dono benefico soprattutto per noi sacerdoti.

 

Un tema particolarmente urgente da parte nostra è quello di “prendersi cura” dei sacerdoti: di tutti i sacerdoti, non solo di quelli giovani, o in particolare difficoltà, ma anche di quanti stanno per lasciare il ministero diretto, o che vivono nel tempo della vecchiaia o della malattia. Chi si prende cura dei sacerdoti?

È necessario, innanzitutto, da parte di ciascuno, una permanente disponibilità a lasciarsi continuamente formare, accompagnare, correggere e sostenere. Occorre possedere la capacità di non considerarsi mai degli arrivati, neppure dopo molti anni di sacerdozio e che il prete possa sentire qualcuno al suo fianco che lo sostenga nelle fatiche del ministero, nelle delusioni, di fronte ai cambiamenti delle comunità, all’invecchiamento e talvolta alla solitudine e allo scoraggiamento. Abbiamo tutti particolarmente bisogno di relazioni autentiche, di confronto e, in determinati momenti, di qualcuno che ci aiuti a leggere ciò che stiamo vivendo. Credo che un presbitero possa poter percepire nel proprio vescovo un padre, al quale poter raccontare senza timore le proprie fatiche.   Alla richiesta di paternità del vescovo deve, però, poter corrispondere anche una figliolanza. Non basta chiedere ai vescovi di essere padri, se non si impara contemporaneamente a sentirsi figli, che non possiedono tutte le risposte, che possono attraversare momenti di fragilità, che si educano anche a chiedere aiuto.

Accanto alla paternità del vescovo e alle strutture di accompagnamento, che non mancano nella nostra diocesi e che ringrazio di cuore, è però opportuno tornare a parlare con maggiore convinzione anche di una vera, autentica e provata fraternità presbiterale.  Se ne parla tanto, ma si fa fatica a viverla!  Una fraternità che non può ridursi al gruppo degli amici, ai confratelli della stessa generazione, o a quelli con i quali condividiamo medesime sensibilità teologiche, ecclesiali o pastorali.  È relativamente facile costruire relazioni con chi ci somiglia. Più difficile, forse, evangelicamente più significativo, è riconoscere come fratello anche il sacerdote che il Signore ci ha messo accanto. Penso ai confratelli delle parrocchie confinanti. A chi vive vicino a noi, ma che, talvolta, conosciamo pochissimo. La fraternità presbiterale dovrebbe portarci a domandarci ogni tanto non soltanto: come sto io? ma anche: come sta il confratello che vive accanto a me?

Ci sono sacerdoti capaci di chiedere aiuto. Altri lo fanno con grande difficoltà, altri, proprio in momenti di grande sofferenza, tendono a chiudersi, a isolarsi, e a mostrarsi quasi infastiditi dell’attenzione degli altri. Sono proprio questi ultimi ad avere particolarmente bisogno e a cui avere un particolare riguardo. Il ministero sacerdotale non è un’avventura individuale: siamo affidati gli uni agli altri, siamo responsabili gli uni degli altri. È una consapevolezza che deve crescere in noi e che non possiamo dare per scontata. La domanda di Dio a Caino, dopo la morte di Abele: “Dov’è Abele, tuo fratello?” è una domanda a cui tutti dobbiamo poter rispondere. Dov’è il confratello che vive accanto a me? Come sta? Da quanto tempo non lo incontro veramente? Da quanto tempo non gli chiedo come sta, senza limitarsi alle questioni pastorali?

Significativo l’articolo di don Patriciello alla notizia della morte che si è data un nostro confratello di Trento, nell’agosto scorso: “l’animo umano è un abisso insondabile. Addio, don Lino. Perdonaci se non abbiamo saputo intercettare i tuoi bisogni e le tue paure. Ai confratelli preti e ai vescovi: aiutiamoci di più. Gettiamo alle ortiche il timore di essere fraintesi, giudicati, isolati; spalanchiamo invece l’animo a chi, come noi, si è fatto pellegrino e apostolo del Regno. Sosteniamoci, fidiamoci, vogliamoci bene, Ricordiamoci che l’amore vero e concreto tra noi resta la più bella ed efficace delle omelie”.

La fraternità sacerdotale, tanto auspicata, richiede, per essere autentica e non solo di facciata, una rinnovata, reciproca fiducia, esige una grande vicinanza, anche se in toni molto discreti. Sappiamo quanto è difficile parlare di noi stessi, esternare le nostre fatiche (fisiche, psichiche, spirituali, pastorali, relazionali), confrontarci sul nostro vissuto, mentre preferiamo, nelle nostre riunioni, discutere su soli temi pastorali, che tuttavia non ci compromettono in prima persona!  Vorrei che avessimo la libertà di dirci, in un confronto franco e sereno, le nostre attese proprio in questo campo, nel quale facciamo fatica, come l’auspicata vita comune tra sacerdoti, di cui si parla tanto, ma poi, al momento concreto, si pensa che sia molto utile agli altri!

 

Un secondo argomento che vorrei brevemente sottolineare è la necessità di amare questo tempo in cui viviamo, con le situazioni storiche molto complesse e preoccupanti, dentro e fuori la Chiesa. Non possiamo stare a guardare e basta; non possiamo tornare indietro ai tempi passati. Collaborare all’azione dello Spirito santo implica impegnarsi attivamente e con passione per adattarsi allo stile con cui la gente oggi cerca Dio. Occorre confidare nella presenza attiva dello Spirito che ci conduce e ci rende ministri del Signore dentro questo tempo, che va amato per quello che è, in cui trovare motivi di speranza, e soprattutto agganci evangelici che non mancano mai. È il nostro tempo.  Noi ci santifichiamo dentro questo mondo, senza tuttavia adattarci al mondo. Questa è la nostra gente che oggi Dio ci dona; questi sono i nostri giovani oggi, che facciamo così tanta fatica ad intercettare; queste le nostre famiglie, con le tante situazioni di difficoltà in cui vivono, anche nei confronti della educazione dei loro figli. A volte le nostre proposte pastorali sono o troppo elementari o incapaci di intercettare le domande proprie dei nostri contemporanei, che pure cercano Dio, anche se a loro modo, e che vogliono essere aiutati a trovare luoghi o proposte impegnative e profonde.

Da qui l’urgenza di trovare insieme nuove vie di evangelizzazione, con un confronto reale, non pessimistico, perché questo è la nostra priorità, il nostro compito, la nostra missione che tanto ci appassiona, per la quale abbiamo speso la vita. Non abbiamo tante ricette sicure, ma noi dobbiamo diventare come dei veri “rabdomanti dello Spirito”, cioè persone che cercano ogni mezzo, ogni via, ogni strumento, ogni attività che si adatti maggiormente alla sensibilità delle persone con cui abbiamo a che fare, tanto diversa da come la vorremmo. I giovani non vanno trattati da ragazzi e quanto più offriamo proposte di vita esigenti, tanto più sono interessati.   Se è vero che molta gente sembra indifferente agli appelli dello Spirito, tuttavia succede che, per un motivo o un altro, del tutto imprevisto, scatti nel cuore delle persone il desiderio di Dio, la ricerca di una nuova prossimità, la volontà di fare del bene e di aprirsi a nuove situazioni di vita, che rivoluzionano il loro tran tran quotidiano e facciano loro sperimentare il desiderio di essere salvati da quel Dio con il quale si può sempre ricominciare, perché non si stanca mai di amarci e di offrire il suo perdono.

Non dimentichiamo il tanto bene che è presente tra noi, dove i germi dello Spirito ci conducono su vie insperate, a condizioni che noi abbiamo la volontà di sperimentarle, di gustarle e di proporle. Spesso dobbiamo ammettere che ci manca il coraggio della proposta, temendo di chiedere troppo. Non lasciamo spegnere dentro di noi la freschezza che ci permette di ricominciare a gettare il seme anche su vie sconosciute nel corso del nuovo anno che ci attende. Come verrà detto nell’assemblea del popolo di Dio il 19 settembre a Morbegno, quest’anno sarà caratterizzato dalla dimensione missionaria della vita cristiana, dopo aver annunciato i temi del nostro Sinodo, in piena corrispondenza con la Chiesa italiana, ossia la sinodalità e la ministerialità.

 

Ci sarebbe poi un terzo punto, riservato però a coloro che, come me sono “in uscita”, ossia giunti a un nuovo modo di vivere il ministero sacerdotale, il tempo del pensionamento, che non significa tuttavia essere messi da parte. A questi confratelli suggerisco di leggere quanto ha scritto papa Francesco in quella breve, ma succosa nota che si intitola “Imparare a congedarsi”. Ora, però, confrontiamoci un po’, partendo da quello che vi ho riferito. Grazie.

Oscar card. Cantoni

   Vescovo di Como

 

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