Basilica di Sant’Abbondio | Como | 30 agosto 2026
Primi Vespri nella solennità del Patrono Sant’Abbondio
LUPI O AGNELLI?
Il Vangelo disarmante della pace
Messaggio agli abitanti della Città di Como e alle Autorità
nella solennità di Sant’Abbondio, nostro Patrono
Cari fratelli e sorelle,
illustri Autorità, cristiani delle Comunità ecclesiali di Como,
fedeli di altre Confessioni, donne e uomini tutti di buona volontà,
cari amici.
Come da tradizione, nella festa di sant’Abbondio, desidero rivolgere a tutti voi, abitanti della Città di Como e alle Autorità civili un nuovo messaggio, l’ultimo, a motivo della prossima conclusione del mio ministero episcopale nella Diocesi di Como.
Mi sono interrogato su cosa potesse essere più utile per questo tempo, tanto conflittuale a livello mondiale, nel quale tutti noi, siamo chiamati, secondo le nostre responsabilità e competenze, ad uscirne, diventando personalmente artigiani di pace, tessitori di dialogo e di fraternità.
Lo diventeremo nella misura in cui avremo imparato a tenere lo sguardo su Gesù, che ci rende capaci di guardare i volti degli altri, su quanti incontriamo nel nostro cammino quotidiano, considerati non più come nemici o estranei, ma come fratelli, in un tempo in cui, invece, si moltiplicano messaggi e linguaggi intonati per lo più a ostilità e violenza.
Gesù è un maestro mite e umile, ma anche deciso ed esigente. È lui che ci chiede di disarmarci, e con la forza efficace della sua mitezza e del suo amore, ci trasforma in donne e uomini di pace e di riconciliazione, capaci di sviluppare una cultura dell’incontro.
“Una società adulta dovrebbe saper accogliere il dibattito senza scivolare nell’esecuzione sommaria, mentre invece accade qualcosa di inquietante: non appena un’opinione diverge dalle altre, ecco scendere la ghigliottina. Non si cerca più di discutere, ma di squalificare; non più di dialogare, ma di distruggere”[1].
In un tempo di così crescente aggressività è allora urgente annunciare la profezia evangelica della non violenza con tenacia e umiltà. Questo appello, quindi, è rivolto non solo ai credenti, ma a tutti gli uomini e donne di buona volontà. Come pastore, ho il compito di riproporlo, proprio oggi, nella festività del nostro Patrono, sant’Abbondio, assertore e difensore dell’umanità di Cristo: chi vive il vangelo, aumenta in pienezza di umanità, come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II: «Chiunque segue Gesù Cristo, uomo perfetto, diventa lui pure più uomo»[2].
Dobbiamo ripetercelo gli uni gli altri: soprattutto in questo tempo, contro il rischio della disumanizzazione, impariamo a diventare promotori di vera umanità! Lavoriamo insieme, respingiamo la violenza, anche quella verbale, la contrapposizione, diventiamo tessitori di unità. Coltiviamo una vita comune all’insegna della fraternità, della comprensione e del rispetto reciproco.
A sostegno e a conferma di questo compito irrinunciabile che Dio oggi ci affida, ci può essere di aiuto la testimonianza esemplare di san Francesco di Assisi, di cui quest’anno ricorre l’ottocentesimo anniversario della morte.
- Francesco d’Assisi e il lupo
San Francesco ha fatto del Vangelo l’unica sua regola, assomigliò a Gesù tanto da meritare il titolo di “Alter Christus”. Nella sua vita, nelle sue parole, nei suoi gesti e perfino nel suo corpo, ricalcando Cristo, è divenuto testimone di pace e di fraternità, figura universale, capace di affascinare credenti, non credenti e anche donne e uomini di diverse fedi.
Dalla biografia di questo Santo vorrei riprendere un episodio esemplare, nel quale riecheggia la stessa mitezza di Gesù. Mi riferisco al noto racconto di san Francesco e il lupo, inserito al capitolo XXI dei “Fioretti”. Il testo narra che san Francesco, avendo compassione degli abitanti di Gubbio, terrorizzati da un «lupo grandissimo, terribile e feroce», uscì dalle mura della città per incontrarlo senza armi. Alzò su di lui le mani, non per colpirlo, ma per benedirlo. Chiamandolo «frate lupo», lo ammansì e stipulò un patto di pace: il lupo non avrebbe più attaccato nessuno e, in cambio, i cittadini se ne sarebbero presi cura, accogliendolo e nutrendolo. Il testo racconta i fatti con particolari di grande tenerezza: il lupo, all’ascolto delle parole di san Francesco, chiuse la bocca e si mise ai suoi piedi come un agnello, acconsentì alla proposta con l’inchinare del capo e siglò il patto alzandosi in piedi sulle due zampe e porgendo le altre sopra la mano di san Francesco, dandogli così – dice l’autore – un segno che di lui poteva aver fiducia. Il racconto si conclude con il lupo che per due anni visse pacificamente tra la gente di Gubbio accolto ed amato. Quando, al termine della sua vita, morì di vecchiaia, fu pianto da tutta la Comunità, che in lui aveva ormai trovato un compagno ed un amico: “frate Lupo”[3].
Gli studiosi sono concordi nell’attribuire a questa storia il valore della metafora. Senza escludere qualche storicità dell’episodio, il racconto ci consente, però, di comprendere che il lupo non rappresenterebbe solo un animale feroce, ma quelle forze interne ed esterne a noi che ci minacciano, tutto ciò che ci intimorisce e che emarginiamo volentieri, compresi i nostri conflitti interiori e le nostre paure.
I lupi sociali dell’epoca erano gli usurai e i briganti e non è da escludere l’interpretazione che vede nel lupo, più che un animale, un uomo che minacciava con le sue cattive azioni la sicurezza e la pace. Oggi, come allora, il lupo è ogni persona quando la iscriviamo in una categoria chiusa di estraneità e di minaccia, incapaci di riconoscere in lei il volto del fratello. Al contrario, san Francesco esprime la forza della fiducia, il coraggio del dialogo, pronto a trasformare la paura e la violenza in fratellanza e pace. La sua vittoria sul male passa attraverso l’incontro e l’assunzione di una responsabilità condivisa: a convertirsi, infatti, non è solo il lupo che desiste dal male, ma anche l’intera città di Gubbio, non più chiusa nelle sue mura come una fortezza.
Il messaggio è evangelico: la forza vittoriosa è quella della mitezza, che non schiaccia il nemico, ma abbraccia il fratello. Oggi la violenza verbale non si nasconde più, esplode e s’impone nel minimo scambio; ma a renderci più sicuri non è l’innalzamento dei muri, né la chiusura nei nostri confini. Occorre piuttosto uscire dalle mura, superando pregiudizi e barriere. Con fiducia possiamo farci incontro a tutti, disarmati di armi e di zanne, darci la mano e stringere alleanze. È finta la pace che si crea quando tutti hanno le armi contro. Non è infatti la forza della guerra a renderci più protetti e sicuri, questa è piuttosto una paura che, lo avvertiamo sempre più, ci tiene schiavi sotto una costante minaccia. I muri possono crollare, i confini si possono aprire, le porte delle nostre città e delle nostre case si possono spalancare per uscire e per entrare, creando così, nell’amicizia possibile, lo spazio dell’incontro e della pace.
San Francesco è, come Gesù, un uomo credibile e autorevole, perché ogni suo insegnamento è preceduto dall’esempio della vita. Significativo è anche un altro episodio della sua biografia. Sempre nei “Fioretti” si legge che un giorno si presentarono alla porta di un convento tre uomini, noti nella zona per essere ladri e briganti. Bussarono, chiedendo qualcosa da mangiare. Il frate guardiano, conoscendo la reputazione di quegli uomini, li allontanò, riprendendoli aspramente. Avendolo saputo, san Francesco andò da quel guardiano e mettendogli nelle mani pane e vino, gli comandò di cercarli «per monti e per valli», finché non li avesse ritrovati, gli ingiunse di sfamarli, di inginocchiarsi davanti a loro, umiliandosi per come li aveva trattati e infine di pregarli perché non facessero più alcun male a nessuno. Questo perché – dice san Francesco – gli uomini si riportano meglio a Dio con la dolcezza, piuttosto che con crudeli rimproveri[4].
San Francesco ripudia la violenza anche di fronte alle minacce e alle ingiustizie che sperimenta anzitutto su di sé. È significativo che nella “Leggenda dei tre compagni” – una delle fonti storiche più interessanti, perché più vicina alla vita del Santo – la metafora del lupo e dell’agnello è usata per descrivere i rimproveri che egli subisce dal suo stesso padre, Pietro di Bernardone, che non poteva accettare la sua conversione. Così si racconta: «Perduto ogni controllo, gli si avventò contro come un lupo sulla pecora, e fissandolo con occhio torvo e con la faccia contratta, gli mise spietatamente le mani addosso. Trascinatolo fino a casa, lo rinchiuse in un bugigattolo oscuro per più giorni, facendogli di tutto, a parole e a botte, per ricondurlo alla vanità mondana»[5]
San Francesco è uomo di pace, allo stesso modo di Gesù, che con la sua vita, morte e risurrezione, ci insegna la forza mite e vittoriosa della non violenza. È lui il vero Agnello, che con la sola potenza dell’amore «toglie il peccato del mondo e dona a noi la pace». Egli ha attraversato l’odio, la violenza, il crucifige del mondo, ha subito l’ingiustizia, disarmato e disarmante, ed è risorto. Gesù, ci dice la Scrittura, «insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta» (1Pt 2,23). È colui che nella carne del suo corpo, ha abbattuto il muro di separazione dell’inimicizia (cfr. Ef 2,14). Gesù abbatte i muri e questa novità del Vangelo si inserisce nella storia, oggi come duemila anni fa. Per san Francesco ciò ha significato attraversare le mura di Gubbio, che tenevano separati i suoi abitanti da frate Lupo. Per noi significa compiere scelte evangeliche di pace, perché è inutile dirsi cristiani se quello che si proclama è un cristianesimo svuotato di vangelo. È un dono che dobbiamo chiedere, perché da soli ci mancano le forze! Solo sperimentando l’amore e l’accoglienza diventiamo capaci di accogliere e di amare. Solo con l’aiuto di Dio possiamo diventare persone migliori, costruire Comunità accoglienti e sinodali e percepire il prossimo come un fratello e non come un nemico.
- Fratello Lupo è ancora tra noi
Il lupo oggi è tristemente tornato tra noi. Lo constatiamo ogni giorno, e in diverse modalità, nella violenza e nell’aggressività crescente. Le guerre che insanguinano il mondo sono il segno che qualcosa di umano ha ceduto, il dialogo è stato abbandonato e si è scelto di rispondere alla paura con la distruzione. Ma il lupo lo scorgiamo, purtroppo, anche più vicino a noi, dentro le nostre case e nella nostra Città: nelle parole poco edificanti della politica, quando si trasforma in scontro e disprezzo personale, nel commento aggressivo sui social o nella parola tagliente, anche in famiglia, dopo una giornata difficile. Voglio sottolineare l’appello che papa Leone, il 20 giugno scorso, in visita alla nostra terra lombarda, a Pavia, ha pronunciato con forza: «Basta con le parole di odio, basta con gli insulti, con il bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi»[6]. Vediamo tornare il lupo là dove c’è sopraffazione dell’uno sull’altro, degli uomini sulle donne, assenza di comunicazione tra le generazioni, nell’indifferenza verso chi ha bisogno e nella diffidenza con cui si guarda allo straniero o al diverso, che non appartiene al nostro stesso gruppo. Quanta aggressività diffusa, sottile e quotidiana, che ferisce e lacera il tessuto della nostra convivenza, lasciando cicatrici nell’anima delle persone e delle comunità.
Tutto questo lo constatiamo, ma non sempre lo osserviamo in profondità. È ciò che invece seppe fare san Francesco, quando incontrando lo sguardo del lupo vide qualcosa che i cittadini non aveva voluto vedere: il lupo aveva fame, anch’egli aveva paura, era tristemente solo. Anche questa è una verità che il Vangelo ci chiede di ascoltare: dietro molta aggressività umana ci sono ferite non curate. C’è la paura di non essere considerati, di perdere qualcosa, di non essere visti e stimati abbastanza. C’è la solitudine di chi non appartiene a nessuna Comunità, di chi non ha un volto che lo riconosce. Accettare questo non significa giustificare la violenza, ma comprenderla, per curarla fin dalla radice. Ciascuno esamini sé stesso: anche noi, quando siamo feriti o spaventati, possiamo diventare aggressivi.
Condivido quanto ha scritto il mio confratello cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme: «Viviamo come immersi in un mare di parole violente, che si sono trasformate in linguaggio comune. E anche noi cristiani rischiamo di cadere in questa trappola».[7] La violenza è sempre più giustificata e sembrano sgretolarsi quei limiti morali e giuridici che la civiltà umana ha conquistato. Mi preoccupa l’eredità che stiamo consegnando alle generazioni future: un mondo a pezzi, dove la guerra, in ogni sua forma, torna ad essere lo strumento di risoluzione delle controversie. La diplomazia è scomparsa, come quell’ordinamento internazionale di regole e istituzioni costruite per non ripetere le tragedie dello scorso secolo, tutto appare “disatteso se non addirittura calpestato”[8].
È un’escalation di violenza che non può non preoccupare. Ci sentiamo così più soli e spaventati, ciascuno chiuso nel proprio dolore e nel proprio risentimento, incapaci di ascoltare il vissuto degli altri. In questo clima sembra impossibile aprire cammini di ascolto e di riconciliazione. Tutti vogliono avere l’unica ragione. Purtroppo, dobbiamo riconoscerlo sinceramente, questo stile poco evangelico, segna a volte anche alcune dinamiche nelle nostre Comunità ecclesiali, gruppi, associazioni e parrocchie. Come ci ricorda papa Leone nella sua recente enciclica: “Tutti dobbiamo fare un esame di coscienza sulle parole che usiamo, sui pregiudizi, di cui esse sono impregnate, e sulla aggressività, aperta o larvata, che le abita”[9].
Non vorrei però limitarmi ad elencare solo le negatività, ma anche incoraggiare e gioire per chi invece percorre le vie del bene. Per chi, come san Francesco, attraversa frontiere e costruisce ponti di dialogo tra popoli e anche nel tessuto concreto della nostra Città.
Penso a molte realtà, cristiane e non, ad alcune associazioni, che nel nostro territorio, con creatività e impegno, si spendono per costruire la pace, esponendosi a forti rischi. Anche là dove il conflitto non sembra lasciare altro che macerie, ci sono germogli di speranza. Perché il cuore di ogni persona e i popoli del mondo desiderano ardentemente la pace. A questa chiamata, di Dio e dell’uomo, dobbiamo rispondere coraggiosamente.
- Quattro passi per la pace
Se questo è vero, occorre invertire la rotta, cioè convertirci. Papa Leone è con noi attraverso il suo “magistero della pace”. Nella recente visita a Lampedusa, lo scorso 4 luglio, ha detto che non abbiamo più scuse, che «siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata»[10]. Vorrei allora, in modo sintetico e concreto, proporre a tutti “quattro passi di pace”. così da camminare meglio insieme «sulla via della pace» (Lc 1,79).
- Il primo passo da compiere è quello di educarci alla complessità, rifiutando ogni visione dogmatica o ideologica della realtà. Essa, infatti, non è mai monolitica, ma complessa e plurale. La verità è sinfonica e difficilmente un solo sguardo è capace di comprenderla per intero. Quasi mai, nelle nostre discussioni e controversie, tutte le ragioni stanno in capo ad una sola parte. Per questo, solo con il dialogo e l’ascolto attento delle diverse prospettive, è possibile cogliere la complessità dei fenomeni e così anche addivenire a scelte possibili, più condivise e lungimiranti. La realtà è superiore alle nostre idee e questo tempo in particolare chiede un discernimento più preciso e mirato. Papa Francesco ci ha insegnato che il dialogo non è una strategia, ma una necessità per leggere la complessità del mondo.
- Il secondo passo che ci attende è il dovere di ammansire il lupo che è in ciascuno di noi, lo dobbiamo ammettere con profonda umiltà. Sarebbe un errore credere che il mondo si divida in lupi ed agnelli. La realtà è, appunto, più complessa. Il lupo e l’agnello, infatti, convivono in ciascuno di noi e ogni giorno ci è data l’occasione di decidere se scegliere di nutrirci attraverso la mitezza, o piuttosto coltivare la nostra aggressività. “Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì, non altrove, è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza, oppure custodire la logica della pace con verità, sobrietà, prossimità, cura”[11]. I Padri del deserto ci hanno insegnato che la vera lotta non è esterna a noi, contro il mondo, ma nel silenzio e nel segreto del cuore. Tocca a noi, in una lotta spirituale, disarmare il nostro “lupo interiore”, cioè la collera, l’invidia, la gelosia, la tristezza, l’orgoglio, il risentimento, l’arroganza. Chi vincerà? Il lupo o l’agnello che è in noi? Quello che avremo nutrito di più!
- Il terzo passo da percorrere è di sentirci tutti un “noi che include”. San Francesco non vive la santità come un’avventura solitaria, ma cammina nella via del Vangelo insieme a dei compagni che volle si chiamassero tra loro frati, cioè fratelli. Senza distinzioni, tutti fratelli e sorelle. La nostra è, invece, una società di figli unici, non tanto nel senso biologico, ma lo è ogni volta che fatichiamo a comprendere che l’amore sa allargarsi senza diminuire. Di fronte ai gesti ostili, ai discorsi carichi di rancore, alle vendette quotidiane, occorre ricostruire con pazienza e umiltà i ponti spezzati. La fraternità è espansiva. San Francesco aprì così tanto il cuore da riconoscere non solo in ogni persona, ma anche in ogni creatura che è nel mondo un fratello e una sorella. Il Cantico delle Creature è una splendida lode a Dio e insieme un inno alla fraternità universale. Rispetto a ciò si gioca oggi per noi una sfida decisiva. Siamo invitati a respingere ciò che è contrario a una vera crescita e a riconoscere in tutti dei fratelli e delle sorelle, unici compagni nello stesso cammino della vita. L’altro non è un concorrente ostile, né un nemico da combattere, ma un figlio prezioso e amato da Dio, allo stesso modo con cui Dio ama me. La vera forza si nasconde nei gesti semplici, negli sguardi benevoli, nella pazienza dei giorni. Nel cuore dei discepoli di Gesù non c’è spazio per supremazie degli uni sugli altri. Dobbiamo uscire da questa ambiguità: ogni volta che diciamo “prima io”, “prima noi” è tradito il vangelo di Gesù. La storia ci ha già insegnato dove conduce la strada della supremazia di uomini su altri uomini. Torno a citare la lettera pastorale del Patriarca di Gerusalemme: «Tutti noi siamo una sola famiglia, non un arcipelago di isole. Accoglienza significa guardare all’altro, qualsiasi altro, non come ad un estraneo da tollerare, ma come un dono. Significa lasciarsi interrogare dalla sua diversità, lasciarsi arricchire. Significa uscire dalla logica del “noi” e “loro”, per entrare in quella dell’unico “noi” che include»[12].
- Quarto e ultimo passo per la promozione della pace è quello di disarmarci e disarmare, scegliendo parole e gesti non violenti. In una società complessa e molteplice, come in ogni comunità civile o religiosa, è inevitabile che ci siano conflitti, è naturale, e ciò non deve spaventare. Non si tratta di evitare il conflitto, ma di imparare ad affrontarlo come momento di crescita, senza paura. La stessa democrazia vive del confronto tra idee diverse che, pur all’interno di comuni valori, si confrontano anche vigorosamente. Ciò su cui occorre vigilare è la distinzione tra legittimo confronto e delegittimazione reciproca, tra critica e disprezzo. C’è una soglia che non deve essere varcata: quella in cui l’avversario viene considerato un nemico e l’altro viene espulso dallo spazio comune.
Ad insegnarci il disarmo è Gesù che a ciascuno di noi, come a Pietro, comanda di rimettere «la spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Mt 26,52). Gesù ci avverte che la violenza innesca una spirale che è poi difficile fermare. Occorre che qualcuno – e sono i forti e i grandi della Storia – scelga di spezzare questa catena. «Chi semina vento raccoglie tempesta» (Os 8,7), al contrario, invece «per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia» (Gc 3,18).
La non violenza non è passività, né ingenuità. Al Concistoro dello scorso 27 giugno ho ascoltato da papa Leone queste parole: la non violenza «è una forma profondamente evangelica di abitare la storia, frutto della contemplazione del modo di agire di Gesù. Non consiste nella rinuncia al conflitto, né in un atteggiamento passivo, ma nello scegliere di affrontarlo senza riprodurne la logica. Essa non rinuncia alla verità, né tace il male, ma rifiuta di difenderla con la violenza e di trasformare l’altro in un nemico: comincia disarmando se stessi. Essa rivela così la logica della Pasqua, nella quale l’amore si manifesta più forte dell’odio e il perdono spezza la spirale della vendetta. È questa la forza del Crocifisso risorto: una forza che non distrugge il nemico, ma rende possibile ritrovare un fratello»[13].
È ciò che ha fatto san Francesco, aiutandoci a comprendere che la vera sicurezza è nel disarmare il nemico trasformandolo in un amico. Non è in dubbio la difesa, pur legittima, nei limiti della morale e della legge. Il male non si vince contrastandolo con le stesse armi, piuttosto sradicandolo nelle sue radici. Scrive san Paolo: «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere (…) Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rm 12,20-21).
Conclusione
Nell’enciclica “Magnifica Humanitas”, papa Leone ci incoraggia a costruire la pace prendendo forza dall’esempio di tanti testimoni che «hanno contribuito a rendere più umana la storia». Tra questi indica alcune donne, miti e forti: madre Teresa di Calcutta, Dorothy Day e l’educatrice italiana Maria Montessori[14]. In questo tempo di conflitti e di crisi drammatica della diplomazia, mi piace ricordare anche la splendida figura dell’ambasciatore Luca Attanasio, cresciuto a Limbiate (provincia di Monza) e ucciso in Congo nel febbraio 2021 a soli quarantatré anni. Un giovane cristiano credibile che ha fatto dell’amicizia tra i popoli la sua ragione di vita, di studio e di lavoro. La nostra gente, e i giovani soprattutto, sanno riconoscere con un fiuto particolare i costruttori di pace e la forza profetica dei testimoni della fede.
In conclusione, vorrei ricordare un uomo colmo di mitezza, che proprio in questa nostra Città è stato un testimone tenace di fraternità, capace di avvicinare tutti, specialmente i più emarginati: don Roberto Malgesini, di cui abbiamo avviato l’iter per la beatificazione. Il suo esempio di dolcezza e mansuetudine, ci consola con la certezza che la santità di Dio, come ai tempi di san Francesco, ancora cammina sulle nostre strade.
Anche a noi è data la responsabilità gravosa di scegliere come percorrere le strade della vita: con l’aggressività dei lupi o con la mitezza degli agnelli? La voce di Gesù, che risuona nel Vangelo, non ci lascia dubbi e ancora ci affida il dono e l’impegno della pace. «Ciascuno faccia della pace la causa della propria vita»[15].
Oscar card. Cantoni
Vescovo di Como
Basilica di sant’Abbondio, Como, 30 agosto 2026
[1] F. Bustillo, La necessità di riparare. Oltre la violenza nelle relazioni, San Paolo, 2026, p.24.
[2] Concilio Vaticano II, Costituzione Gaudium et spes, n.41.
[3] Cfr. Fioretti, cap. XXI, FF 1852.
[4] Cfr. Fioretti, cap. XXVI, FF 1858.
[5] Leggenda dei Tre Compagni, cap. VI, FF 1417.
[6] Papa Leone XIV, Visita Pastorale a Pavia, 20 giugno 2026.
[7] P. Pizzaballa, Tornarono a Gerusalemme con grande gioia, Lev 2026, p. 95.
[8] Leone XIV, Visita pastorale alla Repubblica di san Marino, 22 agosto 2026.
[9] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 214.
[10] Leone XIV, Visita pastorale a Lampedusa, 4 luglio 2026.
[11] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n.212.
[12] P. Pizzaballa, cit., Lev 2026, p.99.
[13] Leone XVI, Discorso alla conclusione del Concistoro Straordinario, 27 giugno 2026.
[14] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn.124-125.
[15] Leone XIV, Disarmata e disarmante. La pace è un dono, LEV 2026

