Seminario Vescovile di Como, 23 maggio 2026

Visita pastorale agli Uffici di Curia

La comunicazione del Vescovo al termine della Visita

La mattina di sabato 23 maggio in Seminario, si è svolta l’Assemblea a conclusione della Visita pastorale agli Uffici di Curia e all’Azione Cattolica diocesana, con la presenza del Vescovo Oscar card. Cantoni.  All’incontro erano presenti, oltre ai Direttori e Responsabili degli Uffici e Servizi di Curia, i loro più stretti collaboratori e molti membri delle Commissioni e Consulte in cui gli Uffici sono articolati.  Di seguito la COMUNICAZIONE che il Vescovo ha rivolto ai presenti al termine della Visita pastorale.

 

Cari fratelli e sorelle, amati dal Signore,

questo che stiamo vivendo è un momento prezioso, perché chiude ufficialmente la Visita pastorale ai nostri Vicariati, compiuta per verificare l’applicazione del Sinodo diocesano. Oggi la nostra attenzione si concentra però in modo speciale su tutti voi, membri delle Commissioni diocesane, che in questi anni avete collaborato più da vicino al mio ministero episcopale.

Questo incontro mi appare molto opportuno perché ci aiuta e ci stimola a un doveroso esame di coscienza, quasi a fare sintesi, innanzitutto dentro di noi, personalmente, e poi, tra noi, riguardo al nostro modo di lavorare insieme per il Regno di Dio. Ci aiuta a ricordare il cammino compiuto in questi anni e a riconoscere l’opera di Dio in noi, e all’interno delle nostre Comunità. Ci invita a domandarci se il nostro modo di operare si è svolto nei termini della sinodalità, camminando cioè in sintonia, in piena comunione e concordia, o se piuttosto abbiamo operato con l’intento di fare tutto da soli, senza coinvolgere gli altri.

Innanzitutto, con il mio saluto, vi manifesto anche la mia sincera gratitudine per la vostra vicinanza e per la vostra generosa collaborazione nel settore a voi proprio, indispensabile per la gestione dell’opera pastorale, ma che ha richiesto e che richiede, da parte di ciascuno, la consapevolezza dell’insieme.

Ciascuno è infatti una parte, ciascuno ha svolto il suo mandato con cura e diligenza, ma non da isolati, nella piena coscienza di essere un solo corpo. Tutti siamo mandati per un umile e generoso servizio del Signore e della sua santa Sposa, che è la Chiesa, che si concretizza poi nella nostra diocesi, attraverso i vicariati, le comunità pastorali, le singole parrocchie, la vita consacrata, i diversi movimenti, associazioni laicali e gruppi. E noi siamo umili, ma preziosi servitori di queste realtà ecclesiali, che desiderano da noi un appoggio, una vicinanza e apporti creativi, suggerimenti utili, accettando anche domande scomode, per le quali non sempre abbiamo potuto offrire risposte appropriate.

Abbiamo alle spalle un Sinodo diocesano, che ha dato un orientamento preciso al nostro operare e che ha prodotto un testo che rimane fondativo e attuale comune punto di riferimento: il libro sinodale “Testimoni di misericordia”. Riconosciamo che non tutti si sono sentiti coinvolti nel nostro Sinodo e non tutti l’hanno apprezzato. Le maturazioni sono comunque sempre lente, difficili e non avvengono nello stesso tempo da parte di tutti. Lo dimostra il fatto che neanche noi abbiamo compreso fino in fondo le intuizioni del Concilio Vaticano II e quanta strada dobbiamo percorrere ancora per operare ciò di cui lo Spirito Santo ci ha resi testimoni in questi anni. A maggior ragione, neanche il nostro Sinodo ha le pretese di essere stato accolto e subito attuato. Abbiamo fiducia nella lenta opera di Dio, senza essere impazienti di arrivare subito alla conclusione, senza la preoccupazione di difendere a oltranza le nostre posizioni, ma anche nell’affermare le nostre convinzioni e così aiutare a far crescere gli altri in una vera coscienza ecclesiale. È consolante il fatto che la Chiesa italiana, nei suoi recenti due Sinodi, abbia confermato quello che noi umilmente abbiamo anticipato e descritto nel nostro Sinodo diocesano e che ancora rimane pazientemente da attuare.

Vorrei augurarmi, però, che le indicazioni descritte nel nostro Sinodo, con la decisa e convinta scelta della SINODALITÀ, della MINISTERIALITÀ e della MISSIONARIETÀ, vengano almeno da voi tutti accolte, comprese e, almeno nel desiderio, riconosciute in via di attuazione.

Questo richiede un lavoro di progettazione non del singolo ufficio, ma tra le comuni aree pastorali, in modo da poter offrire dei percorsi unitari e così evitare continue dispersioni di forze e di tempo. Su questi punti centrali occorre sempre riferirsi e tutta la nostra azione pastorale deve convergere su queste comuni orientamenti, in modo tale che la sinodalità diventi forma ordinaria della vita delle nostre comunità. Per questo, insisto innanzitutto nel raccomandare che per ciascuno la fede in Cristo, e nel Dio rivelatosi in Lui, sia il fondamento centrale della vita personale e comunitaria.  Anche per noi, che siamo soliti partecipare da vicino e con varie responsabilità e a vari livelli, alla vita ecclesiale, non può essere data per scontata un’autentica vita di fede.

Occorre essere convinti che per noi (come per gli altri adulti) non può bastare la formazione religiosa ricevuta nel passato, negli anni dell’infanzia, ma deve essere costantemente alimentata, in modo tale che anche le nostre attività, soprattutto quelle caritative, educative e sociali, siano espressione di chi professa realmente la fede e la celebra convintamente. La carità, che è dimensione costitutiva della vita di fede, sarà così frutto maturo di una persona che vive realmente la fede e la celebra nell’azione liturgica. Risultato di questa nostra rinnovata adesione di fede sarà il nostro impegno pastorale, caratterizzato da una intensa sinergia tra le pastorali dell’annuncio, liturgica e caritativa-sociale.

Tutti dobbiamo essere convinti che il compito più importante nella Chiesa è quello di trasmettere la fede. Essa oggi non è più un processo normale, dal momento che la società civile non fa più normalmente riferimento al Vangelo nel suo vivere quotidiano.  Le nostre comunità, perciò, non possono esimersi dall’essere missionarie e “in uscita”: questa deve essere una convinzione di base per ciascuno di noi e da qui il nostro impegno a servizio delle comunità.

Sappiamo bene che certe forme della trasmissione della fede non sono più adeguate, soprattutto con i giovani, che spesso sono lontani dalla vita delle nostre comunità, soprattutto nelle espressioni liturgiche. Viviamo in un contesto sociale sempre più distante e indifferente al cristianesimo, dentro una cultura complessa, sempre più segnata da processi di secolarizzazione. Dobbiamo tutti prenderne coscienza.

Come ho sottolineato nel recente pellegrinaggio di adulti a Lourdes di questa settimana, non possiamo voltarci dall’altra parte e continuare uno stile di altri tempi, ormai superato. Il compito della evangelizzazione riguarda tutti, chiamati ad annunciare e testimoniare Cristo.  Il Signore ci domanda di diventare più creativi, audaci, capaci di nuove iniziative, disponibili ad interessare le diverse categorie di persone, anche quelle lontane dalle nostre parrocchie. La Chiesa ha bisogno di una profonda trasformazione affinché tutte le sue proposte risultino vivificanti e non siano una semplice ripetizione di ciò che esiste.

Sono i cosiddetti “lontani” stessi che spesso sentono le nostre comunità tanto distanti dalla loro sensibilità e le considerano poco attraenti, estranee ai loro linguaggi e ai loro interrogativi, separate dalla vita concreta.  Eppure, tutti sono alla ricerca di Dio e si aspettano dalla nostra Chiesa risposte appropriate alla loro ricerca di Dio. Ecco come si è espressa una persona nel recente consiglio pastorale diocesano dello scorso sabato 16 maggio: “ciò che siamo chiamati a fare oggi non è tanto parlare di Cristo, ma far sì che egli viva in noi, in modo che la gente possa trovarlo, sentendolo vivo in noi!”. Non sottovalutiamo il fatto che molti guardano ancora con interesse alle nostre comunità e si augurano che esse siano sempre più “significative, attrattive e accessibili”. Da qui il nostro impegno per cercare insieme dinamiche comunitarie che possano realizzare tali auspici, favorendo autentiche esperienze di vita fraterna. Mi colpisce il fatto che anche nei documenti che commentano le due assemblee nazionali sinodali sia espresso il desiderio di rinnovare la forma delle parrocchie. “Nella Chiesa si sente il bisogno di relazioni più evangeliche ed ecclesiali, quindi più umane e fraterne”. In un contesto dove le relazioni umane e sociali si fanno sempre più difficili, deve farsi visibile una Chiesa capace di riconciliazione, come sottolinea papa Leone.

Aiutiamo i sacerdoti ad essere limpidi, a condividere i loro dubbi, le loro paure. Sosteniamoli con una sincera amicizia, evitando che essi sperimentino la solitudine, quando sono sovraccarichi di lavoro o sono delusi per l’esito fallimentare di certe loro proposte. La sinodalità non può certo realizzarsi senza un coinvolgimento attivo, responsabile e convinto dei sacerdoti, che sono chiamati ad abbracciarla con gioia.  È necessario altresì che i sacerdoti tra loro condividano le domande più profonde, persino i loro dubbi e fallimenti, sperimentando una vera e autentica fraternità sacerdotale, tanto desiderata, ma anche di fatto provata.

Non lasciamoci convincere da certe voci oscure che nella nostra opera pastorale tutto è delusione e fallimento. Di fatto stiamo vivendo un’epoca meravigliosa della storia della Chiesa, anche se essa è diventata piccola e oggi è considerata una minoranza, anche se le nostre chiese si svuotano, le vocazioni al presbiterato e alla vita consacrata diminuiscono, non mancano tanti segni di speranza. Stiamo costruendo umilmente, lo Spirito Santo e noi, una Chiesa viva, che come raccomanda Papa Leone “non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare. Questa è la Chiesa di cui il mondo oggi abbisogna”.

Invito tutti i membri dei vari Uffici pastorali a mettersi in profondo e costante ascolto dei diversi Organismi di partecipazione, in modo speciale con i membri del Consiglio Pastorale diocesano, della Consulta delle Aggregazioni laicali, del Consiglio Presbiterale e del Collegio dei Vicari foranei. Dentro questo coinvolgimento massiccio di laici e laiche, di sacerdoti e dei membri della vita consacrata, implementando un vissuto di relazioni fraterne, si possono evincere quegli orientamenti che facilitano, nei diversi contesti di vita, nella nostra diocesi, l’annuncio del Vangelo. In questo modo, i laici e le laiche saranno aiutati in prima istanza a essere veri protagonisti nella partecipazione alla missione della Chiesa, dentro le realtà di questo mondo, come raccomanda il Concilio Vaticano II (LG 31; AA 7).

Per trasformare profondamente la vita delle comunità cristiane e sottolineare la corresponsabilità differenziata dei battezzati, come auspica il documento finale della Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, è necessario che consideriamo un’altra effettiva possibilità, sulla quale abbiamo già avuto modo di riflettere, ma che, purtroppo, non ha sortito risposte desiderate. Alludo al servizio di alcuni, uomini e donne, che assumano la responsabilità di ministeri battesimali per il buon andamento delle comunità. Assieme all’imprescindibile ministero di chi esercita il servizio dell’autorità e della presidenza, è auspicata infatti come necessaria la presenza di ministeri istituiti (lettorato, accolitato, del catechista), insieme a quelli di fatto, che il testo del nostro Sinodo specifica nel ministero dell’accoglienza, della consolazione e della compassione, ma anche attraverso la valorizzazione di quei laici competenti nei consigli degli affari economici. In questo modo, si può favorire una forma più fraterna all’interno di relazioni ecclesiali, evitando così il rischio di stili gestionali ancora monocratici e clericali, da una parte, ma, dall’altra, superando anche un frequente processo di clericalizzazione di alcuni laici e laiche. Impariamo sempre più a “lavorare in squadra”, anche attraverso la formazione di “équipe pastorali” a servizio di più parrocchie o delle comunità pastorali.

La nostra attenzione, infine, deve essere puntata sul proseguimento della terza dimensione offertaci dal Sinodo, quella della missionarietà. Gli hanno precedenti abbiamo puntato l’attenzione sui due temi della sinodalità e della ministerialità. Tocca ora affrontare, per l’anno pastorale che ci attende 2026/2027, il tema della missionarietà. Ho consultato i membri della segreteria del Consiglio Pastorale e del Consiglio presbiterale, che hanno espresso il loro favore. Spetta a voi tutti, membri delle diverse Commissioni diocesane, in questo tempo che precede la pausa estiva, concordare un progetto di insieme, con lo stile che vi ho additato proprio in questa occasione, in questa giornata.

Lasciamoci, ancora una volta, provocare dalla realtà storica in cui viviamo e dalla voce dello Spirito Santo, perché con la nostra apertura alla missionarietà possiamo avviare nuovi processi, così che la nostra Chiesa svolga davvero un servizio al mondo, e diventi un chiaro segno evangelico, si manifesti come profezia di fraternità, sia un lievito di riconciliazione e una vera scuola di umanità.

Oscar card. Cantoni

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