18 luglio 2017

S. Messa anniversario alluvione Valtellina

La disastrosa alluvione del luglio 1987 di cui oggi facciamo memoria e la successiva frana di S.Antonio Morignone e di Tartano è una ferita ancora aperta per tutta la nostra comunità covile ed ecclesiale. Di fronte alle calamità, , a partire da quelle naturali, siamo riportati immediatamente alle nostre comuni radici, che ci fanno sentire di appartenere ad un’unica famiglia, chiamata a una più intensa solidarietà, ci rimandano al nostro territorio, al ricco patrimonio naturale, storico, artistico, culturale e religioso da difendere e coltivare. La comunità cristiana qui riunita fa sue, perché sempre attuali, le espressioni del Concilio che aprono la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo: “Le gioie, le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nei loro cuori”.

L’alluvione del 1987 e quindi la successiva frana della Val Pola di quel martedì 28 luglio non ha solo trasformato il nostro territorio nella sua conformazione morfologica. Ha generato in ciascuno di noi tristezza e angoscia, dolore  e lutti, ma insieme ha permesso un vivo coinvolgimento,. Non siamo rimasti passivi di fronte alla drammatica situazione, ma piuttosto ci ha dato l’occasione per trasformare la tragedia, in una nuova opportunità, frutto di una vicendevole responsabilità, che è il modo più degno, insieme alla preghiera di suffragio, per onorare la memoria delle numerose vittime. Abbiamo imparato a testimoniare la solidarietà verso gli altri, ma anche a sentirci responsabili verso la natura, di cui non siamo padroni, ma solo dei custodi.

La prima lettura della Parola di Dio che oggi la liturgia ci propone, presenta un ottimo esempio che può illuminare quanto andiamo riflettendo. La donna ebrea il cui figlio appena partorito avrebbe dovuto morire, secondo le disposizioni del Faraone, pone il bambino in un cesto di papiro e lo depone tra i giunchi sulla riva del Nilo. In quel preciso istante la figlia del Faraone, sorpresa e commossa per il tenero bambino trovato nel costo, lo accoglie e lo affida alla donna ebrea, che se ne prende cura in suo nome. In questo episodio, Dio sembra completamente assente, lontano dal dramma della famiglia ebrea che deve rinunciare al proprio figlio. Eppure nulla è causale: gli avvenimenti che si succedono manifestano un senso compiuto, a tal punto da credere in un disegno di provvidenza che guida la storia perché sia la vita e non la morte a vincere e trionfare.

Nella sofferenza di un popolo che piange per le vittime dell’alluvione, Dio non è stato estraneo. Innanzitutto ha pianto con noi, perché egli ama le sue creature e non gode certo per la morte dei suoi figli. Dio ha saputo trasformare in bene una situazione in cui la forza della natura ha avuto il predominio. Tuttavia questo dramma è divenuto sorgente di nuove fraternità. I Valtellinesi si sono sentiti avvolti di nuove responsabilità nei confronti delle persone e delle famiglie in lutto e insieme responsabili della terra, in quanto collaboratori di Dio nell’opera della creazione. Aiutati dalle istituzioni civili e dalla carità della gente comune, gli abitanti della Valtellina non hanno subito passivamente il dramma dell’alluvione, ma si sono generosamente prodigati a servizio di quanti necessitavano di aiuto solidale.

Nel Vangelo di oggi, Gesù rimprovera severamente le città in cui egli ha operato con parole ed opere, ma non hanno saputo o voluto credere in Lui e nel suo messaggio di salvezza. Non altrettanto si può dire per i nostri paesi, perché, pur nel dolore e nella fatica, non hanno perso la fiducia in Dio e nel suo amore di Padre. E’ emersa l’anima credente di un popolo dalle antiche radici cristiane, che sa affrontare le fatiche e le prove della vita, accettando che Dio possa trasformare il male in un’occasione di rinnovata, intensa fraternità. Se è vero che la natura ha fatto il suo corso, possiamo anche affermare con certezza di aver sperimentato la mano di Dio e tante situazioni, umanamente inspiegabili, lo confermano almeno presso coloro che con occhi di fede riescono a vedere i segni della Provvidenza dentro le vicende della vita umana. Questa corale testimonianza di fede e di carità di cui gli abitanti di questa terra sono stati protagonisti, diventi una preziosa eredità anche per le generazioni che verranno.