Cari fratelli e sorelle: “Il Signore vi dia pace!”[1].
Rivolgo questo saluto, che è insieme garanzia di fecondità evangelica, a tutti voi, convenuti per questa annuale celebrazione, attingendolo da s. Francesco d’Assisi, di cui ricordiamo l’ottavo centenario del suo transito. Da lui oggi impariamo a sciogliere le catene che ci impediscono di essere uomini e donne di pace, fondata sulla strada dell’incontro e della fraternità perdonata e dell’unità.
La pace sia con voi, presenti a questa santa e variegata assemblea, provenienti da ogni parte della nostra diocesi. È la prima parola, il primo augurio che Cristo risorto ha affidato ai suoi discepoli.
Gesù è venuto, come ci ricorda il vangelo di oggi, a “portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione, e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”[2]. Siamo tutti invitati a sciogliere gli ostacoli che ci impediscono di essere “artigiani di pace”, partecipando alla vita concreta delle persone che ci sono affidate e prenderci cura dell’umanità ferita.
“Grazia a voi e pace”[3], cari presbiteri e diaconi, che oggi rinnovate le promesse pronunciate nel giorno della vostra ordinazione. “La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori” [4]. È l’esortazione indirizzata da Francesco ai suoi frati durante un Capitolo, tenuto alla Porziuncola, che consegno oggi in modo particolare a tutti voi, ma anche ai membri della Famiglia Francescana, presenti e operanti in Diocesi. In questo anno giubilare francescano risuoni anche a tutti voi, ragazzi, adolescenti e giovani presenti, questa esortazione di Francesco: “Tutti siano attirati alla pace, alla bontà e alla concordia dalla vostra mitezza”[5].
La pace non è solo un punto di arrivo, è innanzitutto un punto di partenza, un dono attivo, che interessa e impegna ciascuno di noi, consapevoli che essa esige un duro lavoro su sé stessi. È pure una condizione indispensabile per entrare in relazione vera, e non fittizia, con le persone che incontriamo ogni giorno nel nostro ministero, qualunque esso sia.
Questa è la nostra comune missione, come ci insegna S. Francesco: “Curare le ferite, fasciare le fratture e richiamare gli smarriti. Molti, infatti, che ci sembrano membra del diavolo, un giorno saranno discepoli di Cristo[6]”. Se non coltivassimo il dono della pace, se non fossimo in pace innanzitutto con noi stessi, una pace espressa anche dal tono e dal calore della voce, il nostro augurio rivolto agli altri sarebbe subito smentito dalle parole e dai nostri gesti!
“La pace sia con tutti voi! Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo risorto, il buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra. Questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti, incondizionatamente”. Lo ricordate: si tratta del primo saluto di papa Leone XIV subito dopo l’elezione al ministero petrino, l’8 maggio 2025, dalla loggia della Basilica Vaticana.
Mi sono chiesto che cosa significhi “pace disarmata e disarmante” alla luce di Gesù Cristo crocifisso e come sia possibile realizzarla da ciascuno di noi, all’interno delle nostre giornate.
Innanzitutto, come ho già accennato, per poter proporre agli altri di disarmarsi, occorre che impariamo prima a disarmare noi stessi, che è operazione alquanto difficile e impegnativa. Occorre infatti disarmare il nostro cuore a cominciare dal malumore, dai toni risoluti, dalla rabbia, che permane dentro per uno sgarbo subìto, per una offesa ricevuta, per una calunnia riferita per vera, per la memoria che custodisce la voglia di vendicarsi, di giustificarsi sempre. “La pace si costruisce nel cuore, suggerisce papa Leone, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi”.
Il cuore chiede di dimenticare le umiliazioni, le incomprensioni e pure l’ingratitudine sperimentata, insieme al desiderio di rivalsa. Per disarmare il cuore non basta percepire la propria personale sofferenza, occorre giungere a condividere nel profondo il dolore dell’altro, così che la sofferenza si trasformi in empatia, compassione e solidarietà. È un metodo pastorale che tutti dobbiamo acquisire per poter essere credibili nel proporre agli altri di disarmarsi. Teniamo sempre davanti a noi la figura di Francesco d’Assisi, un uomo profondamente riappacificato, in armonia con sé stesso.
Prima disarmare la mente…
Il Signore Gesù, che ci ha riconciliati con Dio padre mediante la sua morte e risurrezione, ci invita a fare propri i contenuti profondi della pace, presentati nella Bibbia e sottolineati dal magistero ecclesiale: giustizia e pace, amore e verità, libertà e perdono. Disarmare la mente significa far dialogare fede e ragione, fino ad acquistare progressivamente una mentalità di pace. Essa è costruita su misura, per l’ambiente in cui ci troviamo, in rapporto a ogni situazione particolare, per cui è necessario utilizzare ingegno e audacia.
… Poi disarmare gli occhi…
Disarmare gli occhi è una operazione alquanto necessaria, al servizio della promozione della pace. Per trasmettere una pace disarmante interroghiamoci con quale tipo di sguardo affrontiamo gli altri. Essi intuiscono immediatamente le nostre intenzioni, e prima ancora, i nostri sentimenti nei loro confronti. Gli occhi sono un linguaggio di comprensione immediata e universale. Può essere, il nostro, uno sguardo accogliente e benevolo, ma, a volte, anche giudicante, e persino sferzante, tale che la persona non si sente amata, non accolta, e persino scartata.
Francesco, scrivendo a un ministro, raccomanda: “Non ci sia alcun fratello al mondo che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede, e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore ed abbi sempre misericordia per tali fratelli”[7]. Il libro del Siracide, poi, ci invita a fare buon uso di “lingua, occhi e orecchi”[8].
… Quindi disarmare le orecchie…
Siamo così introdotti alla difficile arte dell’ascolto. Chi sa ascoltare ed è lento a parlare, eviterà facilmente lo scontro, per reazioni immediate, sempre irrazionali, ma che suscitano invidia, arroganza e sete di potere. Gesù nel suo vangelo, raccomanda: “fate attenzione a quello che ascoltate”[9] “fate attenzione a come ascoltate, perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche ciò che crede di avere”[10]. Occorre dunque essere attenti a ciò che ascoltiamo, perché inevitabilmente andrà a radicarsi nel cuore. Se assecondiamo tutto ciò che udiamo, inevitabilmente saremo meno portati a divenire operatori di pace, perché facilmente scatterà l’arma del giudizio.
Mirabile la raccomandazione di Francesco, che vale anche per noi. Se si venisse a conoscenza del peccato di un nostro fratello, “non gli si faccia vergogna, né si dica male di lui, ma se ne abbia grande misericordia e si tenga assai segreto il peccato del fratello, perché non i sani hanno bisogno del medico, ma i malati”[11]. La riservatezza e la discrezione sono virtù sacrosante che evitano quel “chiacchiericcio” che certo non onora quanti lo coltivano e che genera pettegolezzo e una generale inquietudine.
… Per giungere, infine, a disarmare i piedi.
Siamo tutti invitati, dentro il nostro servizio pastorale, a diventare “artigiani di pace”, nei luoghi della vita quotidiana, permettendo alla grazia di Dio di operare con noi. Il Signore Gesù ci chiama a coltivare l’umiltà dovunque ci rechiamo, soprattutto coltivando ovunque e con tutti relazioni fraterne, senza essere selettivi, senza escludere nessuno, anche quanti non è facile accogliere e dialogare. Il patriarca ortodosso Atenagora scriveva: “Bisogna fare la guerra più dura che è la guerra contro noi stessi. È necessario giungere a disarmarci. Io ho combattuto questa battaglia per molti anni. È stato terribile. Ma ora sono disarmato. Non tengo particolarmente alle mie idee, ai miei progetti. Se me ne vengono proposti altri migliori, li accetto volentieri. O piuttosto, non migliori, ma buoni. Ciò che è buono, vero, reale, dovunque sia, è sempre il migliore per me”.[12]
Promuoviamo la pace anche quando le relazioni umane si fanno difficili e il conflitto prende forma, magari in modo sottile. La fraternità sacerdotale, dono che ci è offerto per la grazia della ordinazione presbiterale, va oltre l’amicizia.
Anche quanti dissentono o ci contestano possono diventare per noi un buon metro di misura, come ci ricorda s. Francesco, per verificare il grado e l’intensità della nostra disponibilità alla pace. “Il servo di Dio non può conoscere quanta pazienza e umiltà possiede in sé finché gli si dà soddisfazione. Quando, invece, verrà il tempo in cui quelli che gli dovrebbero dare soddisfazione gli si mettono contro, quanta umiltà e pazienza ha in questo caso, tanta ne ha e non più”[13].
Dentro un mondo sempre più conflittuale, noi discepoli del Signore siamo chiamati a fare delle nostre Comunità una “casa della pace”, ad annunciare, attraverso il nostro ministero, che la beatitudine della pace è possibile, mentre ci sentiamo responsabili della “custodia del fratello” in ogni situazione della sua vita. Così ci ricorda papa Leone: “La pace è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e dialogo, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa”[14].
Vorrei concludere così questa mia ultima omelia nella Messa crismale rivolgendomi in particolare ai miei fratelli sacerdoti con le parole stesse di s. Francesco: “Badate alla vostra dignità, fratelli sacerdoti e siate santi perché egli è santo. E come il Signore Iddio vi ha onorato sopra tutti gli uomini con l’affidarvi questo ministero, così voi amatelo, riveritelo e onoratelo più di ogni altro uomo”[15].
Oscar card. Cantoni
[1] Francesco d’Assisi, testamento, 23. FF. 121
[2] Luca 4, 18-19
[3] Rom 1,7; 1Cor 3,3; 2Cor 1,2; Gal 1,3; Ef 1,2
[4] Leggenda dei tre Compagni, n.58; FF 1469
[5] Anonimo Perugino n.38; FF 1531
[6] Leggenda dei tre Compagni n.58; FF 1531
[7] Lettera ad un ministro, FF235
[8] Sir 17,6
[9] Mc 4, 23-24
[10] Lc 8, 18
[11] Lettera a un ministro, NN 237
[12] Atenagora con Olivier Clement, Umanesimo spirituale, pag.216
[13] Esortazioni, FF 162
[14] Leone XIV, discorso ai vescovi della CEI, 17 giugno 2025
[15] Lettere, FF 218

