20 marzo 2021 - Sondrio, Parrocchia Beata Vergine del Rosario

Funerale don Celestino Bianchi

Un altro sacerdote ci è stato sottratto dal nostro Presbiterio. Dal 2018 ad oggi ci hanno lasciato una quarantina di preti. Umanamente una grave perdita, che ci costringe a rivedere molte nostre scelte pastorali, a reinventare l’azione pastorale dei sacerdoti e a promuovere saggiamente il compito dei laici, perché esercitino appieno il ministero loro proprio.

D’altra parte, la compagnia del Santi in paradiso si arricchisce e si allieta di un altro nostro pastore, che intercede continuamente per noi presso il Padre.
Unirei don Celestino al numeroso gruppo dei “Santi della porta accanto”, come direbbe papa Francesco, perché tale si è manifestato con noi don Celestino nei suoi sessantadue anni di ministero presbiterale.

Lo ricordiamo volentieri per la sua semplicità, vissuta nel servizio fedele a una piccola comunità, la sua Spriana. Gli siamo grati per la delicatezza del suo carattere sempre gioviale, con cui ha saputo rapportarsi con noi e per la sua grande umiltà, ampiamente testimoniata.

Lo ricorderanno così i parrocchiani di Spriana, in cui ha trascorso gran parte del suo ministero e ai quali era molto affezionato, tanto voler essere sepolto nel cimitero di quella piccola comunità, oggi legata alla Valmalenco.

Lo ricordano cosi, credo, anche gli ospiti e il personale della casa di riposo di Ponte, dove ha trascorso l’ultima parte della sua vita, in mezzo anche a non poca sofferenza, offerta al Signore, nel quale don Celestino ha sempre confidato.

Nella Chiesa non è importante il ruolo che si svolge, il compito che ci è stato affidato, il tempo di permanenza, più o meno prolungato, in una comunità. Che conta è il modo con cui svolgiamo il nostro ministero, lungo o corto che sia, grande o minuscolo lo spazio di servizio da esercitare.

Noi saremo infatti giudicati sull’amore che abbiamo saputo esprimere, dalla benevolenza che abbiamo manifestato alle persone, dalla pazienza con cui ci siamo rapportati con i vicini, dal perdono che avremo saputo donare alle singole persone, in particolare ai nostri confratelli del presbiterio. Saremo ricordati per la mitezza e la dolcezza con cui avremo saputo reagire di fronte alle tensioni che inevitabilmente, presto o tardi, turbano le nostre relazioni in comunità, dalla carità che avremo usato nei confronti dei poveri e degli ultimi.

Lo esprime esplicitamente l’apostolo Paolo, nel brano che è stato proclamato nella prima lettura, là dove chiarisce in che cosa consiste il vero culto che Dio si attende da noi. L’autentico sacrificio che Egli gradisce è la libera offerta di noi stessi, con il carico di tutto ciò che siamo e che abbiamo ricevuto dal Signore. Così restituiamo ciò che Dio ci ha donato e ciò che abbiamo trafficato nelle occasioni di servizio e di dono che ci sono state offerte.

Il vangelo, poi, ci insegna a rappresentare al vivo con la nostra vita, in tutta semplicità, la persona di Gesù, mite e umile di cuore, così che chi ci avvicina possa scoprire attraverso di noi l’immagine di Dio, nostro Padre comune, ricco di misericordia. Grazie, caro don Celestino, perché attraverso la tua dolcezza, unita a una gioia semplice, hai reso possibile intravvedere il volto di Dio, come Gesù ce lo ha rivelato.