Santuario Sacro Cuore di Como, 9 maggio 2026

Professione perpetua Suore Guanelliane

L'omelia del Vescovo

Carissime sorelle, che vi state consegnando al Signore e alla sua Chiesa in maniera definitiva, e voi, cari fratelli e sorelle che partecipate a questa santa Eucaristia,

Le letture  della Parola di Dio che abbiamo ascoltato si riassumono attorno a un medesimo obiettivo: illuminare la natura dell’amore, nelle sue caratteristiche più vere. Non un amore indeterminato, non un sentimento fragile o passeggero, frutto di una semplice disposizione della volontà. La Scrittura oggi ci parla di un amore divino che si qualifica in modo sicuro: si tratta di un amore “forte come la morte”, un amore che resiste nel variare del tempo e delle situazioni, degli stati d’animo, un amore che è capace di donare la vita.

Nel Cantico dei Cantici abbiamo ascoltato espressioni tra le più intense di tutta la divina Scrittura: «Forte come la morte è l’amore». È un’immagine sorprendente. La morte, che sembra invincibile, viene accostata all’amore. Come a dire: solo l’amore ha la stessa forza definitiva, la stessa radicalità. Noi sappiamo però, alla luce della morte e risurrezione di Cristo, che l’amore è ancora più forte della morte, perché essa è vinta dall’amore. E’ un amore che non si compra, non si può commerciare: «Se uno desse tutte le ricchezze… non ne avrebbe che disprezzo». L’amore vero è dono, è gratuità, è scelta di appartenenza fedele nel tempo e nello spazio, nonostante le nostre fragilità e debolezze. Oggi questa parola, care sorelle, Figlie di Santa Maria della Divina Provvidenza, si compie in modo speciale per voi: nella vostra consacrazione perpetua. Con essa dite a Dio, e davanti a tutta la sua Chiesa: “Ti metto come sigillo sul mio cuore”.  Ancora prima, si tratta di riconoscere che è Dio ad avervi già posto come sigillo sul suo cuore. La vostra adesione al Signore non è che una umile, grata risposta a Colui che vi ha amate per primo.

Il salmo ha sottolineato questa medesima dinamica con un’altra immagine: la sete di Dio, ossia la vostra ricerca appassionata di Lui. «Ha sete di te, Signore, l’anima mia». La vocazione nasce sempre così: da una sete profonda, ossia dalla consapevolezza che niente di terreno riesce a colmare. È la scoperta che l’amore di Dio vale più della vita. Non perché la vita non sia preziosa, ma perché è proprio quell’amore che le dà senso, pienezza, direzione. E questa sete non viene eliminata, ma trasformata: diventa ricerca, preghiera, fedeltà quotidiana.

San Paolo, nella seconda lettura, ci aiuta a capire come questo amore prende forma concreta: «Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente». Non si tratta di qualcosa di astratto o spirituale in senso vago. È la vita concreta: i gesti, il tempo, le relazioni, il servizio. È un amore che passa attraverso il corpo, attraverso la storia, impegnando la vostra libertà ad agire con tutte le forze che sono in voi. Poi san Paolo ci consegna anche uno stile con cui attuare questo amore: semplicità, gioia, perseveranza, carità sincera. Non un amore ideale, quindi, ma un amore vissuto nella comunità, fatto di attenzione reciproca, di stima, di servizio umile. In altre parole, un amore che si trasforma in una vita donata, anche nelle difficoltà e nelle prove, pure in un impegno che esige fatiche e sacrificio.

E infine nel Vangelo proclamato, tutto trova il suo centro di irradiazione, nelle parole di Gesù: «Rimanete nel mio amore». Questa è la chiave. Non si tratta prima di tutto di fare qualcosa, ma di rimanere. Dimorare in un amore ricevuto. Gesù non ci chiede semplicemente di amare: ci dice come: «come io ho amato voi». Con la stessa intensità con cui Egli stesso ci ha amato, ossia fino al dono totale di sé: «dare la vita per i propri amici». Qui comprendiamo il senso più profondo della vostra professione perpetua: è entrare stabilmente in questo movimento di amore, frutto dell’azione dello Spirito Santo amore, è scegliere di rimanere in Lui perché la vostra vita diventi, giorno dopo giorno, segno e riflesso dell’ amore di Dio padre per tutti i suoi figli, anche i meno amati e i meno amabili.

E c’è un altro passaggio molto bello: «Non vi chiamo più servi… ma amici». La consacrazione non stabilisce forme di schiavitù, non è una perdita, ma realizza una profonda e immarcescibile relazione, stabilisce una profonda continuata intimità con Dio. È essere introdotti nel suo cuore, nei suoi pensieri, nella stessa missione di Gesù. Gesù non ci chiede semplicemente di amare: ci dice come: «come io ho amato voi». E come ci ha amato? Fino al dono totale di sé: «dare la vita per i propri amici». Qui comprendiamo il senso più profondo della vostra professione perpetua: è entrare stabilmente in questo movimento di amore, è scegliere di rimanere in Lui perché la vostra vita diventi, giorno dopo giorno, un riflesso del suo amore. Infine, Gesù dice: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi». Questa è la radice di tutto. Oggi non celebriamo prima di tutto una decisione umana, ma la risposta a una chiamata divina. Una scelta di Dio che vi precede, sostiene e rende possibile la vostra adesione.

Carissime, oggi la Chiesa contempla in voi un segno: In un mondo dove spesso l’amore è fragile, condizionato, reversibile, la vostra vita dice che esiste davvero la possibilità per un amore fedele, definitivo e fecondo, a cui tutti siamo chiamati, se rimaniamo fedeli alla nostra vocazione. Chiediamo, allora, al Signore che questa celebrazione non sia solo un momento di festa, ma una occasione favorevole per un proposito di fedeltà al Signore da parte di tutti noi: attraverso la nostra sete di Dio, mediante la nostra capacità di amare, con la nostra fedeltà e perseveranza, tutti sostenuti dalla grazia divina.

E che davvero, nella nostra vita, si compia questa parola: un amore forte, fedele, capace di attraversare tutto, perché profondamente radicato in Dio.

 

Oscar Card. Cantoni

    Vescovo di Como

 

 

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