Don Alberto Pini (Coordinamento Pastorale): «Educhiamo il nostro sguardo»

Ripartire, con speranza

«Dobbiamo riconoscere che il virus ha accelerato dinamiche che erano già in atto. Sta a noi cogliere i segnali, prenderne atto e avviare la necessaria riflessione». Ci accoglie con questa osservazione don Alberto Pini, coordinatore degli Uffici di Pastorale, con il quale, prima della sosta di agosto, proviamo a tracciare un bilancio dell’eredità lasciata dal coronavirus nella vita della nostra diocesi e a immaginare il cammino dei prossimi mesi. «Proprio in queste settimane – ci spiega – stiamo chiudendo l’agenda diocesana. A differenza degli altri anni
sarà essenziale. La situazione contingente ci invita a programmare gli appuntamenti con molta attenzione,
nel rispetto delle indicazioni che ci arrivano a tutela della salute delle persone». È un periodo complesso,
«che ci ha messo in discussione, portando scossoni al nostro cammino di Chiesa, niente e nessuno ne
è rimasto immune: in parrocchia, in oratorio, negli Uffici, nel Sinodo… la prendiamo come una sosta che
ci sollecita ad ampliare l’orizzonte».
Abbiamo vissuto mesi difficili, tu stesso hai sperimentato la durezza di questo coronavirus… tutti sono concordi nell’affermare che, necessariamente, anche per la vita pastorale, si dovranno modificare stili e abitudini… difficilmente si potrà affermare, con serenità, che “si è sempre fatto così”… A che punto è la riflessione degli Uffici
per la ripartenza dopo l’estate?
«In questo momento la realtà si impone e non ci si può sottrarre. Direi di ripartire dall’esempio che ci danno
due grandi testimoni della nostra diocesi, che presto saranno beati: padre Giuseppe Ambrosoli e suor Maria
Laura Mainetti. Sono entrati con amore, passione, coraggio e fiducia nel loro “oggi”: hanno visto cosa c’era da fare, di cosa c’era bisogno e si sono messi in gioco. Il coronavirus ci ha cambiati nella nostra quotidianità, anche nel nostro presentarci all’esterno.
Le mascherine mettono in evidenza lo sguardo. Direi che dovremmo ripartire proprio da qui, educando
il nostro sguardo a non voltarsi altrove. Non è una questione di tecnica. È un modo nuovo di esserci, diventando capaci di guardare l’altro, di cogliere i problemi e le risorse».
Il post lockdown sta facendo emergere luci e ombre, fra paure e desiderio di normalità. A te che clima sembra di respirare?
«Il lockdown è stato come una grande notte. Sappiamo bene, però, che anche nel buio ci sono luci che ci possono guidare. Ce lo insegnano i marinai, che seguendo segnali, seppur flebili, riescono ad approdare a un porto sicuro. Personalmente, in questi mesi, di luci ne ho viste diverse e per tutte, credo, dobbiamo dire “grazie”, perché sono dei doni. Innanzitutto perché ci siamo sentiti fragili e indifesi e questo ci ha aiutato a capire che non bastiamo a noi stessi. Si è incrinato quel senso di individualismo, di egoismo che troppo spesso caratterizza le nostre relazioni. Da qui, ed è una seconda “luce” che mi pare di cogliere in questo tempo di lenta ripresa, si è sprigionato un movimento di generosità e solidarietà. I fragili, i poveri, sono diventati, per molti, motivo di attenzione. Cosa vogliamo fare di questo straordinario moto di bene? Così come non possiamo non fermarci a riflettere su come valorizzare e alimentare la riscoperta del sacerdozio battesimale che in tanti, soprattutto in famiglia, hanno vissuto nella preghiera. Siamo tornati a celebrare l’Eucaristia nella comunità, ma non dobbiamo disperdere la bellezza del ritrovarsi a pregare insieme. Inoltre questi mesi sono stati, e continuano a essere, un richiamo alla conversione, al cambiamento sociale e personale. Questo è un tempo di profezia, nel quale siamo chiamati a un
discernimento che porti a scelte coraggiose. Infine, a partire dal coraggio di tantissimi che non si sono tirati indietro (sacerdoti, suore, medici, infermieri…) abbiamo imparato che la nostra vocazione è donare la vita per i fratelli e le sorelle, non solo beni materiali».
A questo proposito, il Vescovo Oscar, nei suoi interventi durante e dopo il lockdown, ha più volte sollecitato a non disperdere il patrimonio di umanità con cui il coronavirus ci ha fatti confrontare… Da che punto si riparte?
«Rispondo con una domanda. Interroghiamoci su: quale tipo di presenza siamo chiamati a vivere ora? Mi è piaciuta molto un’espressione utilizzata da papa Francesco in occasione dell’udienza al personale medico, infermieristico e sanitario della Lombardia. Il papa ha chiesto di essere “artigiani della prossimità”.
Durante il lockdown abbiamo più volte parlato di solitudine, quarantena, separazione. Quante persone sono state malate, ricoverate, sono morte, senza il conforto di una parola, della vicinanza degli affetti? In queste situazioni estreme, in che modo la comunità credente può far sentire la propria presenza? Lo abbiamo visto: tanti sacerdoti hanno sperimentato vie nuove di contatto e comunicazione. Messaggi, piattaforme social, la tradizionale telefonata. Un modo per ricordarci che Dio è sempre con noi, fino alla fine dei giorni. Ripenso alle settimane quando ero ricoverato in ospedale, durante le quali non mi sono mai sentito solo. Eppure ero in camera, senza
alcun contatto. Il personale si presentava avvolto in una corazza protettiva. Per sapere chi avevo di fronte
dovevo leggere il nome sulla tuta. Ricordo, però, un pomeriggio. Un medico varcò la soglia della stanza. Aveva in mano un contenitore usa e getta. Al centro c’era una particola e mi chiese se volessi fare la comunione. Mi commuovo ancora oggi ripercorrendo quei momenti. Fra me e me pensai: “Signore, fino a qui sei arrivato?”. Nemmeno la pandemia, la chiusura, l’isolamento sono riusciti a fermare Dio. Ecco, diciamo che abbiamo questa forza del nostro “Dio-con-noi” da testimoniare a tutti».
Con quale spirito affrontare i prossimi mesi?
«Mauro Magatti, in un recente articolo, interpretando quello che abbiamo vissuto, da una parte forniva una lettura sociologica – è un deserto che dobbiamo attraversare con la giusta attrezzatura, per non lasciarci travolgere – dall’altra una cristiana – riscopriamo la speranza, non tanto come ancora, quanto come ponte verso il domani, dove ciascuno è un pilone portante. Condivido questa riflessione e riprendo il concetto espresso all’inizio: educhiamo il nostro sguardo, per accorgerci dell’altro e per ampliare gli orizzonti. Non scrolliamoci di dosso questo tempo con un “purtroppo”, ma lasciamoci scavare dentro. Sembra un tempo di passività, ma in realtà abbiamo la possibilità di fare un grande lavoro, per trovare in ciascuno di noi e in ciascuna comunità le risorse per affrontare questo momento. Abbiamo a nostra disposizione la forza necessaria per ripartire e belle esperienze di condivisione (anche come Uffici di pastorale).
Mai, come in questo momento, la Chiesa può essere missionaria. Non solo “ad gentes”, ma anche “ad intra”. Le persone hanno bisogno di ricostruire le relazioni e di ascoltare una Parola che orienti. Dobbiamo “solo”
avere fiducia in Dio».

Enrica Lattanzi