29 gennaio 2021 - Maccio (Como)

XXV anniversario morte don Enrico Verga

Oggi rendiamo grazie a Dio, che nella sua premura continua a visitarci attraverso i pastori che Cristo ha scelto e inviato. Ad essi il Signore Gesù ha affidato il compito di confermare nella fede i fratelli e le sorelle di una Comunità, innanzitutto con l’esempio di una vita fedele al Vangelo, ma anche con la sollecitudine di chi veglia incessantemente per la crescita della fede di tutto il popolo di Dio e per una conseguente irradiazione dell’amore di Dio verso tutti.

Questa sera, in particolare, facciamo memoria di don Enrico, amato parroco di questa Comunità per ventidue anni, certi che Egli continua dal cielo a vegliarla e a proteggerla, dopo già xxv anni dal suo transito.

Il ricordo della sua presenza in questa Comunità di Maccio e il suo stile di azione pastorale è risultato così incisivo e determinante che la sua memoria permane viva anche con il succedersi così veloce delle diverse generazioni.

La gratitudine nel popolo di Dio non è venuta meno, anzi continuamente si ravviva, considerando quanto il cammino dell’intera Comunità di Maccio e il messaggio spirituale che qui si respira, sia cresciuto in questi anni, proprio come conseguenza della spinta ideale e degli orientamenti pastorali di don Verga.

[È bello pensare al Signore Gesù, mite pastore del suo gregge, che nel corso del tempo suscita le persone giuste al momento giusto e affida loro, nonostante la loro debolezza, le Comunità perché possano crescere nella coscienza di essere il popolo di Dio che cammina nella storia del loro tempo, affidando a ciascuno il compito di diventare testimone e annunciatore della misericordia di Dio Trinità.

Il Signore provvede sempre agli inviati del suo popolo, quali suoi rappresentanti, tutti i doni di natura e di grazia, necessari per affrontare le diverse situazioni storiche che si succedono, sempre complesse.

Il Regno di Dio si sviluppa, però, sempre con il medesimo stile, che ciascuno deve riconoscere e comprendere, se non vuole lavorare invano, vivere in perenne agitazione o rifugiarsi in una passività melanconica. ]

La Parola di Dio, che questa sera si esprime innanzitutto attraverso la lettera agli Ebrei, ci avverte che la testimonianza cristiana si manifesta dentro situazioni complesse e onerose, per cui sono all’ordine del giorno persecuzioni e ostilità di ogni genere, per le quali, però, è sufficiente la fede nella presenza del Signore per poterle affrontare e sostenere. “Il mio giusto per fede vivrà, ma se cede non porrò in lui il mio amore“: ci ha ricordato la lettera agli Ebrei.

Credo che don Enrico si distingua innanzitutto proprio come uomo di profonda e solida fede, condizione sufficiente, ma determinante, per aver potuto svolgere il compito pastorale che la Provvidenza gli ha assegnato.

Senza la fede nell’azione della grazia, senza la fede che ci permette di poter collaborare alla crescita del popolo di Dio, ogni azione è vana e il pastore non rimane che un ripetitore esterno di una Parola che tuttavia non può svilupparsi e portare i frutti sperati.

Noi pastori siamo i primi a cui il Signore rivolge il suo annuncio, noi per primi ne siamo coinvolti e interpellati. Se la Parola che ci viene indirizzata non ci scuote e non ci affascina, come potremmo presentarla al popolo di Dio quale sorgente di vita e occasione di salvezza?

Il frutto della fede conduce a una vita pastorale che continuamente si rigenera, che propone sempre nuovi stili di annuncio, che non demorde di fronte alle difficoltà e mantiene il pastore in una serena fiducia e in un pieno ottimismo nel Dio della vita, che ha in mano le sorti della Chiesa e del mondo.

Il Vangelo di questa sera sottolinea anche altre condizioni indispensabili che un pastore deve possedere nella guida del suo gregge, di cui don Enrico era pienamente consapevole e che usava con grande sapienza e maestria.

Alludo alla regola del Regno di Dio che cresce e si sviluppa a poco a poco, come un minuscolo seme gettato nel terreno, fino al pieno sviluppo della spiga. O come un granello di senape che, seminato sul terreno, diventa un albero dai larghi rami.

La grazia di Dio agisce nel cuore di ogni persona al di là di ogni previsione, genera frutti insperati, ben oltre ogni nostro merito. A tal punto che un pastore deve mettere tutto il suo impegno apostolico nell’operare a vantaggio della sua Comunità, senza mai sottrarsi, ma nello stesso tempo, in un umile distacco, quasi fosse solo Dio ad operare.

Il primato della grazia è condizione sufficiente perché il pastore possa poi riconoscere nel tempo, magari anche dopo lunghi anni, i frutti del suo ministero, che vanno al di là di ogni aspettativa umana.

Autentico frutto della grazia di Dio, che tutti possono constatare in questi anni qui a Maccio, è la straordinaria fioritura di vocazioni al sacerdozio, alla vita consacrata nelle sue varie espressioni, e alla vita missionaria, di cui don Enrico è stato appassionato e convinto coltivatore, seguito poi da coloro che hanno continuato dopo di lui il servizio pastorale.

Un fenomeno unico in diocesi, di fronte al quale dovremmo porci qualche domanda!

E ancora di più, gli eventi particolari che si sono succeduti in questi anni, in questa chiesa, divenuta poi santuario. Fra questi, l’acqua scaturita miracolosamente dalla roccia dell’altare, segno della fecondità di Cristo, di cui alcuni tra i presenti sono privilegiati testimoni, riconoscendo in questo luogo uno spazio privilegiato di conversione e di riconciliazione.

Molti pellegrini in questi anni di vita del santuario, sono stati aiutati a sperimentare il volto del Dio cristiano, qui rivelatosi come Trinità Misericordia e hanno instaurato un rapporto di vera e confidente filiazione.

Di questi eventi particolari don Enrico è stato un primo testimone, quasi anticipandoli con le sue proposte pastorali, spiritualmente caratterizzate.

Penso che dal cielo egli continui a volgere lo sguardo su questa parrocchia, benedetta dal Signore; insieme lo invochi perché questa opera di Dio possa presto essere confermata a tutti dalla autorità della Chiesa, ma insieme preghi perché in questa Comunità la fede in Dio non si raffreddi, soprattutto nei giovani, ma continui a suscitare frutti di carità. E’ la fede, infatti, che ispira la carità, mentre la carità custodisce e vivifica la fede.