Como, Cattedrale - Intervento di mons. Vescovo e omelia di mons. Boccardo

4 e 5 maggio 2021 – S. Rosario e S. Messa

Ricordo dei 25 anni della visita di Papa Giovanni Paolo II a Como

Introduzione alla preghiera del Rosario – 4 maggio

La visita di s. GIOVANNI PAOLO II alla diocesi di Como, il 4 e 5 maggio 1996, è inscritta negli avvenimenti più solenni e memorabili della storia della nostra Chiesa e del nostro Territorio. L’ultimo passaggio di un papa a Como era avvenuto ben novecento anni prima, quando papa Urbano II ha consacrato, il 3 giugno 1095, la nostra basilica di s. Abbondio.

Il 4 e 5 maggio di venticinque anni fa sono stati giorni di festa e di intensa gioia, in cui molte persone si sono lasciate coinvolgere entusiasticamente, cristiani e cittadini di ogni credo, onorati per questa illustre visita.

Molti di noi erano presenti la sera del 4 maggio proprio qui in cattedrale, dove il santo Padre ha pregato con noi il Rosario e ci ha rivolto un discorso augurale. Vogliamo fare memoria anche dei nostri fratelli e sorelle, allora presenti con noi e che ci hanno lasciato per la vita eterna nel corso di questi anni. A partire dal nostro vescovo, Alessandro Maggiolini, che era ben conosciuto dal Papa ed è riuscito ad invitarlo non solo a venire a Como, ma a trascorrere con noi due giornate.

Noi, questa sera e domani, non possiamo però fermarci solo a rievocare l’evento storico di 25 anni or sono, ma lo vogliamo leggere e interpretare nel suo significato di fede.

Fare memoria di un evento per noi cristiani si traduce innanzitutto in una occasione di preghiera di lode e di ringraziamento al Signore, perché proprio attraverso il papa, Dio ha visitato il suo popolo. Si è trattato di un vero e proprio momento di grazia, dentro il quale il Signore ci ha raggiunto con il suo amore, ci ha confermato nel nostro cammino di fede e ci ha aperto a un nuovo futuro.

Fare memoria della visita del Papa significa per noi anche domandarci come abbiamo saputo accogliere e valorizzare la grazia ricevuta. I doni di Dio ci trasformano, i doni di Dio non si esauriscono nel tempo, sono creativi, ci rimettono in cammino con fiducia e speranza.

Una comprensione più profonda dell’evento, quindi andando al di là della semplice cronaca, ci aiuta a sentirci impegnati a vivere oggi in sintonia con quanto il Papa ci ha lasciato, non solo con la sua parola, ma con la sua stessa presenza di pastore universale, con i gesti spontanei propri alla sua figura carismatica.

Il Papa ci ha aiutato ad uscire dal nostro spazio geografico e affettivo per sentirci, quali figli della Chiesa, diffusa su tutta la terra, in piena comunione con lei, per condividere le gioie e le speranze della intera umanità.

La visita del Papa ci deve aver aperto il cuore anche sulla comunione profonda che caratterizza i discepoli del Signore, che formano un solo gregge, guidato nel nome del Signore dal Pastore della Chiesa universale, nella quale la Chiesa è chiamata a testimoniare quell’unità, invocata da Gesù, che deve caratterizzare tutti i suoi discepoli.

E ora, invocando Maria, mentre riviviamo i misteri di Cristo, sottolineiamo particolarmente le speciali intenzioni di preghiera che ci ha affidato s. Giovanni Paolo II nella preghiera del rosario di quella sera: “Perché Maria sostenga i cristiani nel loro quotidiano pellegrinaggio della fede, rafforzi la loro fedeltà agli impegni evangelici ed apra i cuori alla carità verso tutti, specialmente verso i meno fortunati”.

+ Oscar Cantoni, vescovo

 

Omelia di mons. Renato Boccardo – S. Messa 5 maggio

Cari fratelli e sorelle,

oggi è giorno del ricordo e della preghiera: con la memoria del cuore, la Chiesa di Dio che è in Como rievoca la presenza di San Giovanni Paolo II sulle rive del lago, 25 anni fa. Tutti siamo cresciuti nel tempo del suo Pontificato e, in un modo o nell’altro, siamo stati almeno sfiorati dalla sua ombra (cf At 5, 15): il nostro convenire oggi in questa chiesa Cattedrale è testimonianza eloquente di quanto quel Papa – «venuto da lontano» ma diventato subito vicino grazie alla fede granitica che traspariva dalle sue parole e da tutta la sua persona –  abbia lasciato un segno forte nella nostra vita. E noi siamo qui per dire il nostro grazie al padre e all’amico che ci ha testimoniato cosa può fare Cristo di un uomo che si lascia afferrare da lui.

L’insegnamento di Gesù che abbiamo appena ascoltato, Giovanni Paolo II lo ha accolto senza esitazioni e messo in pratica con generosità. E in lui ha portato frutto. Così oggi ci può riproporre con forza la parola di verità con la quale Cristo ci indica la strada: rimanere uniti alla vite, lasciarci potare, portare frutto. Sono le tre condizioni che garantiscono la partecipazione alla gloria di Dio.

La prima esigenza consiste nel rimanere legati al tronco vivo e vivificante che è Gesù. L’immagine così semplice della vigna diventa suggestiva quando pensiamo che essa vuole tradurre il legame senza eguali che esiste tra ciascuno di noi e Dio e, di conseguenza, tra noi tutti raccolti attorno a Lui; un legame che supera quelli dell’amicizia, della parentela e anche della nuzialità. Se manca questo legame, la vita non viene comunicata (e si è allora una specie di tralcio secco); se invece esiste, la vita che scorre in noi è la vita stessa di Dio.
Giovanni Paolo II aveva compreso l’invito di Gesù: radicato profondamente nel suo amore, visse nell’intimo il mistero dell’incontro tra il divino e l’umano, tra il creatore e la creatura e, con gesti e parole, comunicò al mondo il fuoco che lo abitava interiormente. «Non possiamo tenere dentro il cuore la verità e la grazia che Cristo ci ha donato» – diceva quel 5 maggio del 1996 sulla piana di Lazzago. E
continuava: «In una società talora smarrita, dove c’è chi vorrebbe cancellare Dio dal cuore dell’uomo finendo per svuotare di senso la vita, i credenti sono chiamati a farsi carico della speranza e della gioia del mondo».

«Ogni tralcio che non porta frutto, il Padre mio lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto», dice ancora Gesù (cf Gv 15, 2). Anche qui contempliamo l’immagine in tutta la sua semplicità e in tutta la sua eloquenza: in primavera una vigna potata sembra ridotta, ferita. Ma la stessa vigna, in autunno, sarà ricolma di grappoli proprio grazie alla potatura che ha subito. Così è per noi:
quando dobbiamo affrontare una prova, una fatica, una rinuncia, immaginiamo facilmente e prevediamo quanto possa essere difficile e quanto ci possa ferire. La vita ci insegna presto, però, che chi non si rifiuta nulla e rifiuta invece agli eventi della storia e alla Parola di Dio di modellarlo, non produce che l’ombra delle sue foglie o l’illusione della sua legna secca (cf Gv 15, 2). Al contrario, quando la sofferenza ci ha purificato, allora esperimentiamo quali frutti di giustizia e di pace può produrre in noi una tale potatura (cf Ebr 12, 11).

Qui troviamo anche una valida indicazione per interpretare il tempo difficile che stiamo vivendo. Nella nostra impotenza di fronte alla pandemia si rende manifesto quello che realmente siamo sempre, anche quando non c’è il Covid, anche quando coltiviamo il sogno di essere
invincibili: non sappiamo tutto, non dominiamo ogni cosa; siamo solo uomini, non dèi. Ci tocca dunque accogliere la lezione e fare in modo che tutto quanto di promettente è emerso in questa tribolazione non venga velocemente soffocato: perché è l’unica possibilità che da questo dramma esca davvero un’umanità migliore. Ce lo ricorda con il suo esempio San Giovanni Paolo II, che si è fatto partecipe ed interprete delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce dell’umanità (cf GS 1), divenendo una icona del Dio misericordioso. E Dio lo ha voluto donare alla Chiesa, trasfigurato dalla sofferenza degli ultimi anni del pontificato, come un testimone della misericordia, che ci ha assicurato con la sua vita che il male non ha l’ultima parola, che l’amore di Dio è capace di vincerlo. Come lo ha vinto nella morte e risurrezione del suo Figlio.

Infine, dobbiamo compiere ciò per cui siamo stati creati: portare frutto e un frutto che rimanga. Perché il Padre che ci ama non vuole farci soffrire, vuole soltanto farci crescere. La gloria di Dio non è l’uomo sterile ma l’uomo vivente. E l’uomo vivente è l’uomo spirituale, che porta i frutti dello Spirito: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22); non frutti destinati a morire, ma frutti che rimangano; non opere di morte, ma opere di vita (cf Ap 13, 8; 21, 27). Abbiamo sentito ripetere più volte in questi mesi che niente sarà più come prima. Affinché ciò sia possibile è necessario il nostro personale coinvolgimento. Perché questa è la vera rivoluzione: non demandare a nessuno quello che spetta a noi, ma fare ciascuno la propria parte, affinché questo tempo sia consolato e confortato dalla testimonianza e dall’impegno dei discepoli di Gesù.
«Vogliamo essere – diceva il Vescovo Oscar aprendo l’XI Sinodo diocesano il 12 gennaio 2020 – persone capaci di parlare di Dio agli uomini del nostro tempo con la testimonianza della nostra vita, trasmettendo il fuoco che ci anima e la bellezza della vita cristiana».

Chi ha avuto la grazia e la gioia di conoscere e frequentare Papa Giovanni Paolo II ha ammirato la radicalità della sua testimonianza evangelica; il suo abbandonarsi fiducioso nelle mani del Signore; il suo amore per il Vangelo che diventava autentica “passione” per gli uomini e le donne del nostro tempo. Davvero: «Come sono belli sulle montagne i piedi del messaggero che annunzia la pace, che reca una buona notizia, che annunzia la salvezza»! (Is 52, 7).

Che cosa suggerisce la luminosa testimonianza di questo grande Pontefice a noi che vorremmo raccogliere da lui ancora un messaggio, una raccomandazione, un incoraggiamento? Mi sembra che, se tendiamo l’orecchio del cuore, sentiamo il Papa dirci che solo nell’amore la vita vale la pena di essere vissuta e riesce a costruire nel tempo il mondo del bene. Perché solo l’amore dura per sempre (cf 1 Cor 13, 8); solo la misericordia rende presente l’eternità nelle dimensioni terrestri e fugaci della storia dell’uomo sulla terra. Più di ogni carico che possiamo portare con noi – i successi umani, le proprietà, la tecnologia
– è la relazione con Dio a fornirci la chiave della felicità e della realizzazione; è l’amore per il Signore che deve plasmare ogni aspetto della vita; ed è ancora questo amore che ci spinge ad amare la gente come Lui la ama e a donare noi stessi come Lui si dona. San Giovanni Paolo II ci ripete con forza, come in quell’ormai lontano 22 ottobre 1978, giorno dell’inizio solenne del suo ministero pontificale:
«Fratelli e sorelle, non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!
Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!
Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna».

E noi, che lo veneriamo come padre e lo amiamo come figli, gli diciamo:
«Padre Santo, prega per noi e, dalla Casa del Padre dove partecipi della sua gloria, accompagna il nostro cammino e inviaci la tua benedizione!».
Amen.